A M B I E N T E

L' ACQUA

di Dino Levi
Direttore dell'Istituto di Tecnologia della Pesca e del Pescato del CNR, Mazara del Vallo, Trapani

E' l'interdisciplinarità
il successo di Mazara

Ciò che mi sembra bello sottolineare della brevissima storia dell'Istituto di Tecnologia della Pesca e del Pescato di Mazara del Vallo è che, mentre il suo direttore invecchia, l'Istituto resta giovane.

nave da pescaIl motopesca S. Anna è il principale
"campionatore" delle risorse marine
utilizzato dall'Istituto

La produzione di nuove idee ha quindi un tasso elevato, e non ho difficoltà ad aderire alla cortese sollecitazione di Ricerca & Futuro, semmai ho la preoccupazione opposta: il famoso "imbarazzo della scelta".

Diversi anni fa, quando l'Algeria sembrava essere un Paese avviato verso un sereno e pacifico sviluppo, su richiesta della FAO e dopo una missione sul terreno, elaborai uno studio per un centro nazionale di ricerca sulla pesca. Anni dopo, l'amico Serge Garcia, validissimo successore dell'indimenticabile John Gulland a capo del Dipartimento Pesca, riscoprì la validità più generale di alcune idee di quello studio e decise di ristamparlo per utilizzarne le guide lines quando ci si ponesse il problema di come impostare un nuovo centro di ricerca sulla pesca.

Una di esse, forse la più discutibile, era quella di far convergere nella stessa struttura competenze diverse, molto diverse, ma senza definire reparti separati, che l'esperienza mi insegnava trasformarsi inevitabilmente in compartimenti.

Questa trasformazione è purtroppo la più naturale. È il frutto dell'individualismo, del desiderio di crearsi piccole "corti", della specializzazione sempre più accentuata.

Negli ultimi anni, la stessa organizzazione della ricerca, crescendo in termini quantitativi, ha spinto sempre più verso una parcellizzazione e verticalizzazione delle discipline.

Che questo contrasti con ciò che a parole si va ripetendo circa la fecondità delle sinergie, la trasversalità metodologica delle scienze, l'innovazione all'interfaccia tra esse, non sembra di per sé aiutare la naturale evoluzione delle cose.

A Mazara, pure tra delusioni, difficoltà e resistenze, ho tenuto duro su questa idea-forza e credo che i risultati incomincino a vedersi.

Non deve quindi stupire che una laureata in fisica sviluppi un Sistema di informazione geografica sui dati prodotti con un intenso campionamento sperimentale di rendimenti di pesca nel Golfo di Castellammare, dove da un paio di anni si è formalmente istituito un Laboratorio di Biologia Marina dell'Istituto di Mazara. Né che un ingegnere elettronico aiuti una biologa marina a leggere ed interpretare in modo più oggettivo le caratteristiche strie di accrescimento (che, all'interno di determinate strutture come gli otoliti dei pesci o gli statoliti dei cefalopodi, vengono sfruttate per determinare l'età degli individui nelle popolazioni alieutiche), disegnando un software innovativo di riconoscimento delle immagini.

E che poi, partendo da lì, da quella esperienza, nello stesso Istituto altri usino le reti neurali per tentare di prevedere le fluttuazioni delle abbondanze in un contesto di pesca multispecifica. O ancora, che un collega di entrambi, pure lui fisico, su richiesta dei pescatori di S. Vito Lo Capo, metta insieme le competenze di uno statistico e di una biologa marina per lavorare con i colleghi etologi russi a capire come convincere i delfini ad allontanarsi dalle reti da posta e da circuizione. Che un altro fisico si appassioni allo studio della Corifena, ed arrivi fino a preziose indicazioni gestionali dopo essere passato sua sponte per un training su alcuni modelli di dinamica di popolazione in un centro di eccellenza come Lowestoft; che lo stesso fisico sia in grado di preparare per Bruxelles un software di gestione dell'informazione raccolta con rilevanza campionaria della pesca artigianale, è il frutto del clima di collaborazione maturato in anni di lavoro comune con colleghi biologi, statistici, economisti (in erba), con reciproco allargamento degli orizzonti e delle conoscenze.

Il massimo dell'interdisciplinarità è praticato, con difficoltà proporzionali, da chi tenta di arrivare ad incrociare la modellistica oceanografica con la modellistica biologica, sfondando il "tetto", che finora sembrava invalicabile, del "livello trofico" planctonico nella piramide dell'ecosistema, per raggiungere ciò che è subito sotto quel "predatore apicale" che noi siamo: i piccoli pelagici.

È pur vero che le domande fondamentali le pone ora la biologia marina, che nei suoi fallimenti con approcci classici, tradizionali, ritrova una nuova maturità di scienza che si interroga e interroga. E va detto che questo processo di costruzione di una matrice di competenze diverse non ha impedito, ma ha anzi favorito, la crescita di "specialisti": ci sono, ad esempio, in Istituto, figure professionali di biologi di rango internazionale nella conoscenza della sistematica e dinamica di particolari gruppi faunistici di grande importanza nell'ecosistema (crostacei decapodi, cefalopodi, policheti...).

LapillusSezione sagittale di un
Lapillus di un esemplare
di Coriphaena Hyppurus
di 89 giorni

Ma la crescente consapevolezza che la loro specializzazione non rimaneva "specialismo", ma veniva esaltata nella matrice che ho detto (pare che oggi, per poter lavorare, i sistematici debbano dire che si occupano di biodiversità) li ha semmai incoraggiati.

Questa è forse anche una spiegazione di ciò che faceva rilevare il Presidente di ISMARE (Istituto Nazionale di Coordinamento per le Scienze del Mare) del CNR, prof. Giovanni Bombace, presentandone il relativo volume al CNR lo scorso 30 ottobre: "I nostri colleghi stranieri, guardandoci dalle loro mega-strutture piramidali, si stupiscono di come, così pochi, riusciamo a produrre così tanto!".

Ma forse, "si pusillus licet", questo non è che un altro elogio dell'imperfezione.

Non so se corro il rischio che esso venga malevolmente interpretato come un elogio dell'arte di arrangiarsi.

Spero invece che aiuti a meglio focalizzare quello che il Ministro Berlinguer ha voluto chiamare "missione" del CNR, chiedendosi e chiedendoci quale fosse: non insegnare ciò che si sa o capire meglio ciò che già si sa, ma ricercare ciò che ancora non si sa.

Se poi mi si chiede l'utilità di tutto ciò per il futuro (Ricerca & Futuro), mi sia concesso di invitare a riflettere sui rischi di irresponsabilità della scienza che lo specialismo comporta.