| intervista con
l'on. Antonio Ruberti* a cura di Cipriano Cavaliere |
* Presidente della Commissione "Politiche dell'Unione Europea" della Camera dei deputati
Convergenza quantitativa e qualitativa dei sistemi nazionali di ricerca, spostamento della frontiera tra competizione interna ed esterna sono le basi per la costruzione di un sistema integrato europeo
Quali devono essere le strategie di ricerca dell'Europa, considerando le grandi complessità di ordinamento costituzionale, storiche, etniche, ecc. che finora hanno prodotto anche dodici, quindici politiche per la ricerca? Cosa occorre per la costruzione di un sistema integrato europeo?
I processi di innovazione e di mondializzazione che
caratterizzano la fase attuale spingono verso un'integrazione dei
sistemi ricerca per grandi aree e ciò si verifica anche in
Europa. Qui, in effetti, ci troviamo di fronte ad una varietà di
assetti che riflettono l'evoluzione storica di ogni singolo
Paese, la sua cultura, le sue istituzioni.
Ciò non avviene solo per la ricerca; nella costruzione europea
il corretto equilibrio tra diversità e unità è un nodo
ricorrente. Nella ricerca non partiamo però da zero. In questi
quarant'anni si è realizzato l'embrione di uno spazio comune.
Attraverso i programmi comunitari e le agenzie intergovernative
viene utilizzato "in comune" il 13% dell'insieme delle
risorse pubbliche destinate complessivamente alla ricerca, con un
impatto sulla cooperazione superiore al puro dato quantitativo.
È vero, però, anche che l'87% viene speso separatamente dai
vari Paesi e questo è l'indice della frammentazione delle
politiche della ricerca.
Come costruire uno spazio comune? È difficile rispondere in
poche battute; mi limito a indicare le due condizioni a mio
avviso più importanti: convergenza quantitativa e qualitativa
dei sistemi nazionali di ricerca; spostamento della frontiera tra
competizione interna ed esterna.
Non crede che l'Europa abbia, per la sua cultura artistica e per la sua storia, un ruolo determinante per la difesa di una nuova cultura tecnico-scientifica?
L'Europa è stata la culla della scienza e della tecnologia
moderna e per lungo tempo ne è stata anche il baricentro. Oggi
non lo è più; tuttavia rimane "una grande potenza
scientifica mondiale", mantiene in taluni settori una
posizione di grande qualità, può contare su centri di livello
mondiale in ogni settore. E ciò tanto più se ci riferiamo alle
prospettive aperte dalla caduta della tensione tra Est e Ovest e,
dunque, alla prospettiva di una cooperazione estesa all'intero
continente.
Vi sono però due caratteri specifici dell'Europa che le danno la
possibilità di svolgere un ruolo peculiare. Da un lato c'è il
potenziale di creatività che nasce dalla varietà dei sistemi e
delle tradizioni di ricerca. Gli Stati Uniti se ne sono avvalsi
attraverso la collaborazione di ricercatori provenienti da tutto
il mondo e dall'Europa. L'Europa lo può fare sfruttando la
varietà che ha in casa propria.
Dall'altro c'è il grande patrimonio di cultura umanistica e di
arte che viene evocato nella domanda. In questa fase di
transizione, in cui le interazioni tra scienza-società, pongono
problemi etici e sociali di grande rilievo, un nuovo terreno di
ricerca e di elaborazione si è aperto al dialogo tra "le
due culture". E qui l'Europa può certamente esercitare un
suo specifico ruolo, ancorandosi ai valori più alti della sua
cultura.
Qual è a suo giudizio un esempio di grande programma di ricerca europeo che Stati Uniti e Giappone ci invidiano. La scienza possiede anche una dimensione specificatamente Europea?
I successi nella fisica delle particelle indicano
emblematicamente quanto si può conseguire con una cooperazione
che realizza una buona sintonia tra una politica comune, in
questo caso con il CERN, e le politiche nazionali.
Per la seconda domanda: la scienza è universale, la dimensione
europea non può che riferirsi al sistema della ricerca, alle sue
strutture e ai suoi meccanismi. Naturalmente vi sono differenze
di stili, varietà di scuole, modi di individuazione e di
sviluppo dei progetti di ricerca.
Acclarato che sono le conoscenze e non le risorse a creare la ricchezza, come si colloca in questa ottica l'Europa rispetto agli Stati Uniti e al Giappone?
Alcuni dati del confronto: un investimento in Europa (in
termini di PIL) pari a circa 2/3 di quello degli USA e del
Giappone e una quota di scientifici e tecnici rispetto alle
persone attive pari a circa la metà; una frammentazione delle
politiche di ricerca; una minore capacità di trasferimento e
valorizzazione dei risultati.
Queste le debolezze. Vi sono poi le potenzialità positive della
diversità e del contesto culturale complessivo.
Poiché il sapere è la nuova ricchezza delle nazioni, il
capitale immateriale della nascente società dell'informazione,
l'Europa è di fronte alla sfida di investire di più e meglio in
questo settore, con coraggio. In nessun settore, come in questo,
il ritardo è cumulativo; non si può rinviare la sfida. Non
siamo noi a deciderne l'inizio: essa è già in atto.
In che modo la ricerca, la scienza e la tecnologia possono sconfiggere il grande nemico dell'Europa di oggi: la disoccupazione?
Non c'è dubbio che per i Paesi industrializzati il problema
è quello di offrire occupazione qualificata e ciò richiede una
struttura produttiva ad alto valore aggiunto e, di conseguenza,
la partecipazione al processo di produzione dei nuovi paradigmi
dell'innovazione tecnologica. E questi, oggi, sono basati sulla
scienza.
Non è certo sufficiente un buon sistema di ricerca per garantire
occupazione qualificata, ma è certamente necessario. Non c'è
Paese industrializzato che sia stato capace di garantire
l'occupazione senza un forte impegno nella ricerca.