LA TESTIMONIANZA |
| di
Franco Pelliccioni Membro della Società Geografica Italiana |
Nell'arcipelago artico norvegese delle Svalbard le comunità di minatori norvegesi e russi coesistono pacificamente da quasi un secolo dimostrando che la scienza abbatte la barriere ideologiche e politiche
Nell'estate del 1994 ho condotto un ricerca tra le comunità di minatori norvegesi e russi che, esempio unico al mondo, coesistono pacificamente nell'arcipelago artico norvegese delle Svalbard da circa ottanta anni e quindi anche durante il lungo periodo della "guerra fredda", quando i rispettivi Paesi, all'interno delle reciproche Alleanze, si fronteggiavano in armi, continuando ad alimentare l'apocalittica prospettiva di un annichilimento nucleare globale. È un fatto straordinario, pochissimo noto all'opinione pubblica internazionale. Non sempre è stato così. Nel XVII secolo "Men of War", al comando di navi da guerra che scortavano le flottiglie dei cacciatori di balene, si diedero battaglia per impedire l'utilizzo delle regioni dello Spitsbergen (la più importante del gruppo, venne scoperta nel 1956 dall'olandese Barents alla ricerca del Passaggio a Nord-Est) ad equipaggi di altre nazioni. Anche le ricorrenti guerre del Vecchio Continente si andarono sanguinosamente a ripercuotere nei tradizionali domini di balene, orsi polari, foche e trichechi. Durante la seconda guerra mondiale, navi germaniche rasero al suolo le cittadine delle Svalbard. Situate oltre le fredde e desolate acque del Mare di Barents, le isole hanno poco più di 4000 abitanti. Rispetto alle altre regioni abitate poste al di là del circolo polare, qui siamo estremamente vicini al Polo: le propaggini settentrionali si trovano a 81° Lat N, cioè a "soli" 1300 km. Nel XIX secolo, e all'inizio del XX, queste terre rappresentarono la base avanzata nella "via europea" per la conquista del Polo Nord (Nordenskjöld, André, Amundsen, Nobile).
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Un centro minerario russo di Barentsburg dal "Fiordo Verde" |
Il Trattato delle Spitsbergen nel 1920 pose infine termine allo stato di "Terra di Nessuno" che caratterizzava l'arcipelago e nel 1925 la Norvegia ne prese formalmente possesso. Il Trattato, oltre ad impegnare gli Stati firmatari a non utilizzare le isole per scopi bellici, concedeva loro eguali diritti economici, che furono principalmente rivolti a sfruttare i giacimenti carboniferi. Dopo un lungo periodo in cui statunitensi, svedesi, olandesi, inglesi, norvegesi e russi si avvicendarono nell'estrazione, oggi sono rimasti solo norvegesi e russi. I primi, con lo Store Norske Spitsbergen Kulkompani, dal 1916 gestiscono le miniere di Longyearbyen e Sveagruva. I secondi dal 1931 sfruttano, grazie alla compagnia Trust Arktikugol, quelle di Barentsburg e Pyramiden.
Norvegesi e russi hanno avuto con le Isole relazioni plurisecolari, attraverso le frequentazioni di Vichinghi, Pomori, balenieri, trappers, sealers, minatori, esploratori, tecnici e scienziati. Come per un tacito accordo, tutte le altre nazioni firmatarie del Trattato ad un certo punto lasciarono le Isole ai più "titolati" Russi e Norvegesi. Le Svalbard rappresentano quindi un laboratorio politico e socio-culturale eccezionale, del tutto unico al mondo. Per decenni vi sono coesistiti stili di vita e culture, ideologie, sistemi economici fortemente antitetici.
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| Il palazzo del Consolato russo, Barentsburg |
"Concezioni del mondo" diverse si sono confrontate con il medesimo e rigido habitat, compiendo grandi sforzi di adattamento culturale e sperimentando, all'interno dei propri insediamenti, le medesime soluzioni o soluzioni tra loro alternative. Gli abitanti non si limitarono perciò a trasferire, sic et simpliciter, elementi delle culture di appartenenza dall'Europa continentale all'Alto Artico, ma ne inventarono di nuovi, che hanno tenuto conto e dell'aspetto climatico e del lungo periodo di isolamento geo-spaziale al quale, anno dopo anno, specialmente in un passato non troppo remoto, erano soggetti i membri di entrambe le comunità.
Nel dopoguerra, con la ricostruzione, le cittadine si svilupparono e le occasioni di contatti reciproci si moltiplicarono. I membri delle comunità russe hanno modo, nei loro due anni di permanenza media, di vedere, avvicinare e parlare con un numero superiore di cittadini occidentali, rispetto ai connazionali del continente; ciò nonostante, l'assenza di una rete regolare di trasporti tra i vari insediamenti, specialmente tra i Russi, provoca un diffuso senso di isolamento. Mentre i Norvegesi possiedono e si servono di piccoli aerei, elicotteri, navi e imbarcazioni di ogni sorta (rompighiaccio compresi).
Tra gli Occidentali sembra diffusa la consapevolezza (di superiorità) riguardo a ciò che essi "hanno" di più, e di meglio, rispetto ai Russi. Tale feeling corrisponde ad un analogo sentimento di "subordinazione" dei russi nei confronti degli scandinavi. Nella "parigina" Longyearbyen i Russi potrebbero acquistare ciò che manca. Ma qui risiede il problema. Non circola denaro all'interno delle comunità slave. Anche se i russi sono attratti dalle favorevolissime condizioni economiche esistenti nelle Svalbard, va sottolineato come Barentsburg costituisca tuttora una tranquilla oasi di "sovietismo" al Polo Nord. La sua struttura sociale non differisce molto da quella passata, poiché la moscovita Arktikugol amministra la comunità nello stesso modo di sempre. I minatori non hanno denaro, e teoricamente non ne hanno bisogno. Tutti i servizi, mensa ed alloggio compresi, fanno parte dei benefits del contratto oppure il loro costo viene detratto dal salario, depositato in banche russe, alla scadenza dei due anni di lavoro. Ecco uno dei più profondi handicap dell'improbabile confronto consumistico "est-ovest" al Polo: a circa 2/3 della popolazione delle Isole è negato ogni approccio al capitalismo way of life norvegese.
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A sinistra: Edificio della mensa comunitaria di Barentsburg dal Televizor. A destra: un insolito parco giochi: è collocato sul terrazzo dell'asilo di Barentsburg. |
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Le tre comunità principali delle Svalbard (la norvegese Longyearbyen, e le russe Barentsburg e Pyramiden), oltre a Ny Ålesund e Sveagruva, sono localizzate sulla costa occidentale dell'Isola di Spitsbergen. Le costruzioni degli insediamenti poggiano su palafitte per non sprofondare nel terreno. Casette di legno dai colori vivaci quelle norvegesi, ma che possono essere facilmente preda del fuoco. La loro collocazione sparsa rispetta la tradizionale forma di insediamento della Norvegia rurale. Ben più grandi le abitazioni, di cemento e mattoni, degli accentrati insediamenti russi.
Fino a non molto tempo addietro Longyearbyen era solo una comunità di minatori, un centro minerario. O, meglio, la "città di una società", poiché dominata e gestita dallo Store Norske. In questi ultimissimi anni tende a divenire una normale comunità composta da uomini, donne e bambini. Non è più un posto per uomini soli, duri e rotti ad ogni avventura o rischio, cioè una male society, ma quelli che ci abitano sono giovani e sani. Non è posto per anziani. Chi si ammala è costretto a rientrare nel continente. Certo, rispetto al passato, o alla situazione esistente nelle comunità russe, la media della permanenza del lavoratore norvegese tende ad allungarsi (11 anni di permanenza media).
Esistono alti funzionari dello Store Norske che hanno passato tutta la loro vita adulta nelle Isole.
Conoscendo qualche particolare della inusuale storia della cittadina, si riesce ad apprezzarne la straordinarità; riesce ad offrire un'immagine particolare di sé, suscita sensazioni forti e sofferte. Pensando al lavoro dei minatori, nel freddo, nelle intemperie, nella lunga e rigida notte polare di questo habitat estremo in un non lontano passato, e ancora oggi, non si può non "rabbrividire"; neanche lontanamente possiamo immaginare i rigori e le difficoltà esistenziali sperimentate sulla propria pelle da ciascun minatore.