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COME NASCONO |
LE MODE | |
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Foto The Image Bank |
"La moda è di moda", suol dirsi. Eppure sono ben pochi gli studi di carattere psicologico e sociologico che affrontano la questione di fondo: che cosa determina il mutamento rapido e i cicli della moda? All'Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR di Roma da tempo mi occupo del problema, in collaborazione con Cristiano Castelfranchi, Rosaria Conte e Roberto Pedone. Questo studio viene portato avanti attraverso un confronto con una nuova disciplina detta memetica (memetics).
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Foto The Image Bank |
Il solo saggio teorico davvero fondamentale sulla moda in generale risale al 1895, ed è opera del tedesco Georg Simmel (Die Mode). Oggi tutti gli istituti (pochi) specializzati nello studio delle mode, in tutto il mondo, si rifanno al modello di Simmel. Nessuno finora ha saputo trovare di meglio. Per Simmel la moda è appunto moda cioè effimera perché in molti aspetti della nostra vita (nei modi di vestirci, di arredare la nostra casa, ma anche nelle nostre preferenze estetiche e politiche) siamo sottoposti a due spinte diverse che si uniscono: da una parte tendiamo ad imitare coloro che in qualche modo idealizziamo, dall'altra tendiamo a distinguerci dagli altri, soprattutto da quelli che consideriamo per qualche ragione "inferiori" a noi. Pulsione imitativa e pulsione distintiva sono presenti più o meno in ciascuno di noi, ma non sono mai del tutto assenti; questo spiega la volatilità della moda. Ad esempio, certe donne delle élites più ricche (ammirate, invidiate) adottano un certo tipo di pantaloni non importa se è stato proposto da un famoso stilista o preso da qualche sperduta popolazione asiatica. Ben presto questo "tratto di distinzione" quel tipo di pantaloni è imitato da donne che non appartengono alla suddetta élite ma le sono vicine. Nella misura in cui quel pantalone è un mezzo di distinzione delle donne altolocate, tende allora ad essere portato via via da donne dei ceti inferiori, fino a divenire capo di vestiario "obbligato" per tutte o quasi. Ma nella misura in cui quel pantalone viene adottato da un numero sempre più ampio di persone, esso cessa progressivamente di essere tratto distintivo per le persone delle élites, che quindi tenderanno presto ad abbandonarlo. Così la moda uccide sempre se stessa: più essa è imitata più cioè essa "diventa moda" meno essa diventa distintiva, e quindi cessa di essere accettata da chiunque "voglia distinguersi". D'altro canto, anche la decimilionesima donna che decide di adottare "il pantalone alla moda" lo fa per distinguersi: dalle donne più anziane, per esempio, o dalle vicine o colleghe che ancora "non osano", ecc.
| LE MODE HANNO UN
CICLO VITALE
Intervista al Prof. Sabino Acquaviva, Docente di Sociologia presso l'Università degli Studi di Padova |
| Prof. Acquaviva, come
mai ciclicamente tornano alcune mode che caratterizzano le generazioni
più giovani, ad esempio quella dei tatuaggi, dei capelli lunghi,
dell'abbigliamento, e come si possono interpretare? La moda dei tatuaggi, dei capelli lunghi è sempre esistita fra i popoli primitivi. Ogni generazione ed ogni civiltà tendono a riscoprire determinati costumi ed eventi del passato. Si pensi alle contestazioni giovanili del '48, del '60, del '68, del '77, dell'85 e del 2001. Le mode hanno un ciclo vitale: nascono, muoiono, vengono dimenticate e poi riscoperte dalle generazioni successive. A proposito dei tatuaggi e dei capelli lunghi, molto di moda già negli anni '60, un tempo dicevamo che si trattava di una consuetudine tipica dei popoli primitivi. Oggi, ad esempio, gli africani hanno assunto i nostri modelli comportamentali, noi abbiamo ripreso i loro. L'industria della moda, del resto, per vivere ha bisogno di scoprire sempre nuove maniere di vestire orientandosi su due aspetti in particolare: la fantasia del futuro che è prerogativa di pochi, in quanto implica una capacità creativa, e la riscoperta di modelli passati, degli anni '60 e '70 ad esempio, che viene proposta o come ritorno all'antico o come scoperta che però non è tale. È di fondamentale importanza il contesto culturale in cui nascono le mode, poiché il progresso scientifico ha profondamente modificato gli strumenti e il processo di riscoperta del passato, si pensi alla computer art, alla musica digitale ecc. Le mode hanno una connotazione eversiva? In genere nascono come contestazione, poi si trasformano in un fenomeno consumistico e muoiono quando perdono energia con l'incalzare di nuovi modelli di riferimento. Negli ultimi tempi, nel campo della ricerca, l'interesse è rivolto ad alcuni settori in particolare, come ad esempio le biotecnologie, l'invecchiamento. Secondo Lei anche la ricerca ha le sue mode? Sì. Una società che ha come valori l'estetica, il culto del corpo, ha determinati bisogni.Le ricerche ed il mercato si muovono per soddisfare le esigenze della gente. Possiamo tuttavia dividere le mode in due categorie: quelle legate al contingente e quelle legate ai valori. Le prime sono effimere, hanno come valore dominante il corpo e rispecchiano l'ansia del benessere fisico. Le seconde, invece, rivelano la necessità dell'essere umano di capire il senso della vita e della morte.Alcune discipline scientifiche servono a rispondere a questi interrogativi, si pensi all' astrofisica nata per appagare il desiderio dell'uomo di conoscere le origini dell'universo. Sandra Fiore |
Il ciclo della moda implica una società divisa in classi, cioè socialmente stratificata: una società nella quale insomma persone socialmente "inferiori" tendono ad imitare persone che considerano immediatamente "superiori" a se stesse. Ogni ceto sociale tende ad imitare i ceti ad esso superiori, ma contigui: le classi troppo "lontane" nella piramide sociale, irraggiungibili, non vengono imitate. La moda va così sempre dall'alto al basso anche se "l'alto" può adottare tratti dei ceti più bassi (ad esempio il blue jean, che era il pantalone di cow boys del tutto marginali) non cambia questa realtà. Le élites potenti e snob quelle che di fatto dettano la moda adottano di tanto in tanto spunti che vengono da persone o culture completamente fuori dalla piramide sociale. Questo serve loro a sottolineare la loro assoluta distinzione.
Psicologi, sociologi e biologi hanno studiato molto l'imitazione che troviamo tra molti mammiferi ma non la distinzione. Da dove proviene questo istinto che porta ciascuno di noi a distinguersi dagli altri? Si impone un confronto con la disciplina lanciata dal biologo Richard Dawkins, la memetica, da mimesis, imitazione. Per i memetici, il "meme" è l'equivalente culturale del "gene": le culture umane si sviluppano secondo le leggi evolutive determinate da Darwin e dalla genetica, solo che il protagonista qui non è il gene ma il meme. La vita biologica è il risultato di un processo di mutazione e selezione secondo Darwin e anche quella culturale sarebbe il risultato di un processo analogo. Il meme di moda viene più o meno imitato a seconda della sua maggiore o minore capacità riproduttiva. Come la vita biologica di oggi illustra la distribuzione dei geni che sono riusciti a riprodursi di più, analogamente il mondo culturale di oggi è il prodotto dei memi che sono riusciti a riprodursi di più.
Però processi culturali intrinsecamente effimeri come la moda mostrano i limiti di un approccio puramente darwiniano. Quest'ultimo spiega appunto il versante imitativo delle mode, non il versante distintivo, che porta al loro declino. In effetti, l'essere umano è il solo mammifero animato dall'impulso a distinguersi. Perciò occorre modificare il modello memetico anche attraverso la simulazione su computer in modo da introdurvi come fattore fondamentale il bisogno specificamente umano di distinzione.
Nella fase attuale, la nostra ricerca combina il modello di Simmel (imitazione e distinzione), il modello memetico di Dawkins (mutazione e selezione) e l'approccio della teoria della complessità e del caos. La descrizione matematica di processi aleatori ad esempio, delle fluttuazioni atmosferiche da un anno all'altro è molto utile per descrivere le fluttuazioni della moda. In effetti, Simmel non dice perché quel tratto specifico diventa alla moda e non un altro (i famosi stilisti propongono moltissime "idee", ma solo poche avranno successo). La teoria della complessità ci fa vedere come questa "scelta del tratto distintivo" il fatto che ci si distingua portando proprio quei pantaloni e non altri è in gran parte casuale. Eppure il caso non è informe: sui tempi lunghi, i processi casuali mostrano una specifica regolarità. La moda quindi descrive di solito fluttuazioni all'interno di un sistema predefinito, dal quale non sgarra. A meno che qualcosa, un evento, un trauma, una catastrofe, cambi il sistema tutto E allora non c'è più solo una nuova moda, ma una rivoluzione. Anche se, oggi, quel che prendiamo spesso per rivoluzioni sono solo, per lo più, fluttuazioni della moda.
| Summary | ||
| A research at the Institute of Cognitive Sciences and Technologies of CNR (Rome) tries to understand the basic pattern of Fashions, meant as cultural ephemeral,short-lasting processes. The starting point is Georg Simmel's theory of fashion (1895) combined with certain assumptions of memetics (a discipline proposed by the biologist Richard Dawkins) and with the study of chaos and complexity. |
The cultural fast change is then reconstructed as at once the effect of tension between imitation and distinction (Simmel), the result of the classical Darwinian pressure of mutation and selection (Dawkins) and as an unpredictable process of fluctuations as = described by the theory of chaos and complexity. |
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