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INTERVISTA A SERGIO DOMPE'
Presidente di Assobiotec



le biotecnologie sono

Sgravi fiscali per le bioimprese senza profitto e semplificazione del trasferimento dei risultati della ricerca pubblica alle imprese, elementi essenziali per lo sviluppo del settore nel nostro Paese

 

una risorsa per l'umanita'

La straordinaria capacità creativa delle biotecnologie dovrebbe coniugarsi con l'attuazione di scenari positivi e sostenibili, diventare il supporto di uno sviluppo dell'uomo consistente e ragionato, che apra nuove frontiere senza negare la libertà. Lei prevede un equilibrio conflittuale tra biotecnologie e umanesimo?

Il problema di coniugare libertà e controllo, non necessariamente conflittuale ma sicuramente dialettico, non si pone tanto, a mio avviso, all'interfaccia tra biotecnologie ed umanesimo inteso come movimento culturale volto a valorizzare i valori umani quanto in termini di capacità di verifica sociale di una tecnologia che inciderà fortemente sui bisogni primari dell'umanità, come salute ed alimentazione. Molte delle problematiche che emergono dalle applicazioni delle biotecnologie possono essere classificate nell'ambito dei temi della "bioetica" e bisogna riconoscere che i progressi della moderna bioetica sono minimi rispetto ai potenziali progressi applicativi delle moderne tecnologie biologiche: ritengo che sia urgente e necessario uno sforzo di collegamento tra progresso e conservazione, tra valori innovativi e valori tradizionali.

Gli attori di questa evoluzione sono molteplici e ognuno dovrà portare l'onere delle proprie responsabilità: l'industria biotecnologica si farà carico nel bene e nel male delle proprie azioni ma, a livello di controllo sociale, la nozione di responsabilità consiste anche nel prendere decisioni accorte per l'avvenire. L'Italia è dotata di un Comitato Nazionale di Bioetica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed è lecito attendersi che da esso vengano indicazioni utili a guidare l'azione di quanti, nel mondo della ricerca come in quello dell'industria, guardano alle biotecnologie con interesse ed impegno innovativo. E non va tralasciato il ruolo che gli organismi internazionali attenti al problema (Nazioni Unite, WHO, WTO, OCSE, Consiglio d'Europa) svolgeranno nell'identificare una linea d'azione volta a temperare i dissensi lungo il percorso di un necessario sviluppo sostenibile del pianeta.

La ricerca biotecnologica `d'élite' richiede modelli organizzativi e di coordinamento evoluti tra istituzioni pubbliche e private. Che tipo di organizzazione occorre tra il pubblico e il privato per accedere agevolmente al network della ricerca avanzata?

Ritengo importante sostenere l'idea, espressa dal Commissario europeo Philippe Busquin, di attribuire alle biotecnologie un ruolo di rilievo nel costituendo "Spazio di Ricerca" dell'Unione Europea. Le passate iniziative dell'UE per la promozione di Scienza & Tecnologia (tecnologia nucleare negli anni `60, tecnologia dell'informazione negli anni `80) non sono state molto incisive, per fattori attribuibili alla limitatezza delle risorse finanziarie a disposizione della Commissione Europea, alla scarsa concentrazione delle risorse su pochi progetti e pochi centri di eccellenza, all'eccessiva burocratizzazione gestionale. Per il futuro il più importante segno positivo sarebbe rappresentato dall'aumento delle risorse finanziarie messe in comune per la R&S dai paesi membri dell'UE.

Per dare un'idea della competizione internazionale degli investimenti, il finanziamento assicurato dal budget federale USA nel 1999 per la ricerca dei soli National Institutes of Health è stato di 15.700 milioni di dollari, superiore all'intero budget quinquennale 1998-2002 del V Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo Tecnologico dell'UE (15.000 milioni di Euro). A ciò si aggiunga che il Programma Quadro europeo si occupa di tutto, mentre gli NIH sono focalizzati sulla medicina molecolare e genetica, basi fondamentali dell'innovazione biotecnologica in ambito sanitario.

E oggi, nel 2001, lo stanziamento adottato dall'Amministrazione Bush per gli NIHs è di 18.800 milioni di dollari, a fronte dei quali ci si dovrebbe attendere uno stanziamento dell'ordine di 30.000 milioni di Euro per il prossimo Programma Quadro quinquennale europeo e per le sole "scienze della vita" (salute, nutrizione ed ambiente). Se nei prossimi mesi si facesse strada presso le istituzioni dell'UE l'idea di mettere in comune risorse dedicate alla R&S e alla formazione per le scienze della vita dell'ordine di 6.000 milioni di Euro all'anno per almeno cinque anni, la probabilità di successo dei paesi UE nella competizione internazionale sarebbe radicalmente accresciuta. E l'effetto di stimolo non sarebbe tanto collegato alla sola rilevanza delle risorse messe a disposizione delle istituzioni di ricerca e delle imprese, quanto al messaggio "politico" favorevole alle biotecnologie come strumento di innovazione.

Prima che la Direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche venisse approvata al Parlamento Europeo il 12 maggio 1998, le industrie europee potevano brevettare materiale biotecnologico negli USA ma alle industrie di altri paesi non erano concessi gli stessi diritti in Europa. La Direttiva intende salvaguardare la competitività dell'industria biotecnologica europea o l'ha consegnata nelle mani di gruppi industriali stranieri permettendo loro di imporre in Europa il proprio regime di monopolio brevettuale ed economico?

I "luoghi" della ricerca biotecnologica d'avanguardia sono i più svariati, dagli ospedali ai laboratori di grandi imprese chimiche e farmaceutiche, dalle università alle nuove start-up, e non danno luogo alla identificazione di specifici e preferenziali modelli organizzativi e di coordinamento pubblico-privato.

La ricerca biologica non richiede grandi capitali d'investimento: il successo innovativo è principalmente collegato al valore dei ricercatori ed alla loro capacità d'identificare il potenziale applicativo dei risultati della ricerca. Nel caso dell'Italia, si può dire che siamo molto ricchi di talenti creativi, capaci di trasformare il denaro in conoscenza, ma relativamente impreparati all'esercizio di trasformare le conoscenze in denaro: un intervento delle istituzioni che aiutasse, per mezzo di esperti settoriali e finanziari, la valutazione delle prospettive di business dei principali filoni di ricerca, costituirebbe un sostanziale contributo alla valorizzazione della nostra ricerca nel settore.

La recente Legge 297/99, la riforma del Fondo per l'Innovazione Tecnologica ed il PNR 2001-2003, contengono molti spunti a favore della R&S industriale ed a sostegno delle PMI biotecnologiche. Per l'avvenire auspichiamo che siano adottate in Italia ulteriori misure, già in atto con successo in altri paesi membri dell'UE, quali ad esempio sgravi fiscali per le imprese biotecnologiche senza profitti, facilitato trasferimento dei risultati della ricerca pubblica alle imprese, estensione dei limiti temporali dei finanziamenti di Progetti di R&S.

Per quanto riguarda la Direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, essa costituisce un atto di armonizzazione tra le legislazioni brevettuali degli stati membri dell'UE, ma non ha alcuna incidenza giuridica di principio sui diritti e doveri in ambito internazionale. I brevetti biotecnologici USA erano regolarmente riconosciuti nell'UE, quindi pubblicati dallo European Patent Office di Monaco, ben prima del luglio 1998, e lo stesso avveniva per i brevetti biotecnologici UE in USA. Anzi, nella realtà nordamericana la Direttiva è vissuta in termini di limitazione alle rivendicazioni di molti brevetti in vigore negli Stati Uniti: in effetti, lo European Patent Office ha provveduto, sulla base del testo della Direttiva, a limitare la portata di molti brevetti ottenuti fuori dell'UE. La Direttiva indica quindi la volontà di riconoscere la validità in linea di principio dei brevetti biotecnologici conferiti in altre aree geografiche, ma anche la determinazione dell'UE di competere ad armi pari sul piano della proprietà intellettuale ed industriale.

Con l'approvazione della Direttiva gli Enti di ricerca pubblici e privati potranno effettuare ricerche su malattie gravi e diffuse pagando i diritti all'industria `proprietaria' dei geni, la quale potrà assicurarsi il monopolio sulla ricerca e sulla cura semplicemente fissando dei diritti. Quale impatto prevede sul sistema sanitario nazionale?

Le informazioni rese pubbliche mediante la pubblicazione dei brevetti, "biotecnologici" o meno, sono liberamente utilizzabili nell'ambito di attività di Ricerca & Sviluppo. Il diritto brevettuale è in vigore nel mondo occidentale da molti decenni, ed è volto a riconoscere il valore della proprietà intellettuale ed industriale in un ambito omogeneo di applicazione del Diritto Privato: la sua efficacia, in termini di finanziamento dell'innovazione in ambito farmaceutico, è dimostrata dalla progressiva disponibilità di nuovi ed efficaci prodotti diagnostici e terapeutici. Ovviamente, il costo dei nuovi prodotti incorporerà il peso degli investimenti in R&S necessari per ottenerli, ed appare evidente che, se si vorranno rendere i cittadini italiani partecipi dei moderni approcci terapeutici, il Sistema Sanitario Nazionale dovrà pagare in qualche misura tali costi, del tutto indipendenti nel loro ammontare dalla nazionalità delle imprese che hanno realizzato i nuovi prodotti.

Secondo alcuni osservatori, le speranze di sopravvivenza economica dell'industria biotecnologica sono legate a due strategie: l'immediata commercializzazione, precoce e avanzata, dei prodotti al loro attuale stadio di sviluppo e non ancora adeguatamente sperimentati, per una concreta prospettiva di profitti, e l'approvazione di una legislazione sui brevetti che garantisca introiti elevati e costanti, costringendo la sanità pubblica al pagamento di diritti esosi, con la conseguenza di un vertiginoso aumento dei costi dell'assistenza medica in tutti i paesi industrializzati. Conosce una terza strategia?

L'industria che guarda con interesse alle biotecnologie in termini di innovazione di prodotti e processi è molto frazionata e differenziata, ma non si riconosce in ogni caso in ipotizzate strategie di "mordi e fuggi".

Le imprese dei settori interessati (cura della salute ed agro-alimentare primi fra tutti) investono consistenti risorse per proporre al mercato sia prodotti migliori in termini di qualità e quantità, sia per rispondere alle esigenze dei consumatori. Il progressivo aumento dei costi di assistenza medica è da molti anni un aspetto costante dell'economia dei paesi occidentali, ma la spesa farmaceutica è del tutto indipendente dalle tecnologie utilizzate per l'ottenimento dei prodotti diagnostici e/o terapeutici messi a disposizione dei pazienti. La previsione di sviluppo di una "medicina molecolare personalizzata", unita alla certezza di un costante aumento della durata di vita, può fare prevedere una esplosione delle spese per la cura della salute, con conseguente difficoltà degli attuali sistemi di previdenza ed assistenza pubblica a farvi fronte. Economisti di chiara fama, nonché l'OCSE nel suo complesso, dibattono animatamente dei meriti rispettivi di una strategia globale volta a "evitare l'esplosione dei costi" rispetto alla sua alternativa di "promuovere l'esplosione dei benefici". L'industria farmaceutica, inclusa ovviamente la componente interessata alle biotecnologie, è parte interessata al dibattito e tende naturalmente alla seconda ipotesi strategica, ma non è arbitra delle scelte di fondo della società. Nel futuro, i pazienti avranno a disposizione i prodotti per la cura della salute che l'impegno intellettuale di scienziati e tecnologi saranno in grado di mettere a punto, e che le risorse monetarie generate dall'economia saranno in grado di finanziare.

Potrebbe tracciare un bilancio relativo al rapporto di collaborazione tra le giovani aziende start-up italiane che operano nel settore delle biotecnologie e i maggiori istituti europei di finanziamento quali la Banca europea d'investimento e il Fondo europeo d'investimento?

Non sono disponibili dati settoriali che permettano di tracciare un significativo bilancio dei finanziamenti in Italia di giovani aziende start-up biotecnologiche, siano essi dovuti ad interventi istituzionali piuttosto che al mercato azionario e/o al venture capital. L'intervento del mercato finanziario a sostegno delle Piccole e Medie Imprese biotecnologiche italiane è stato ed è sicuramente inferiore ad altri paesi membri dell'Unione Europea (quali ad esempio Francia, Germania, Regno Unito), ma attualmente è in significativa progressione. Nei paesi citati sono presenti da tempo forti iniziative promozionali dei Governi e di grandi imprese radicate sul territorio interessate alle biotecnologie. In Italia, solo recentemente sono state adottate dal Governo (in particolare dal MURST) misure atte ad incentivare la collaborazione tra ricerca e industria in ambito biotecnologico. I risultati si vedranno solo nel medio-lungo periodo, se e quando il messaggio volto a promuovere la competitività del nostro Paese nello sviluppo applicativo delle moderne tecnologie biologiche avrà permeato profondamente gli ambienti collegati alla ricerca accademica ed alla produzione agricola e industriale.