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SMALTIMENTO DEI RIFIUTI

 

  GIUSEPPE MININNI
Primo ricercatore presso l'Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR, Roma del CNR, Biella

ROBERTO PASSINO
Direttore dello stesso Istituto


Coordinatore del Progetto di Ricerca "Processi termici con recupero di energia per lo smaltimento di fanghi e di altri rifiutu speciali anche pericolosi" del CNR

  

 

LO SMALTIMENTO DEI

 

RIFIUTI IN ITALIA

  UNA SITUAZIONE DI
CRONICA EMERGENZA

Raccolta differenziata, recupero di materiali e di energia, smaltimento in sicurezza sono le priorità assolute

 

 

INTRODUZIONE

È certamente noto a tutti, e non solo agli addetti del settore, che in Italia la situazione della gestione dei rifiuti è assai precaria sia con riferimento a quelli urbani che agli speciali ed in particolare ai pericolosi.

Sono trascorsi oltre quattro anni dalla promulgazione della L. 22/97 (Decreto Ronchi), i cui obiettivi erano la riorganizzazione di questo settore, dove negli anni immediatamente precedenti si era affollata una tale produzione normativa da non rendere più possibile un'interpretazione univoca degli obblighi, delle prescrizioni e dei percorsi amministrativi con grave pregiudizio della regolarità delle operazioni e del principio della libera concorrenza e delle pari opportunità. In questa situazione di confusione e di sostanziale inerzia delle Amministrazioni locali, è stato facile in molti casi per la malavita organizzata entrare e lucrare in questo settore, dove il ricorso alla discarica era obbligato a causa della cronica mancanza d'impianti di trattamento idonei al recupero ed alla trasformazione.

La ragione principale dei ritardi accumulati nella realizzazione degli impianti di trattamento è da attribuire alla persistente opposizione della pubblica opinione alla loro installazione per il timore degli effetti indotti sulla salute. I principali impianti imputati di inquinamento ambientale sono stati gli inceneritori, nelle cui emissioni gassose fu riscontrata alla fine degli anni '70 un'apprezzabile presenza di composti molto tossici e cancerogeni come le diossine ed i furani. Dall'incidente di Seveso del 1976 il livello d'attenzione verso questi composti è aumentato considerevolmente, con la conseguente chiusura di numerosi impianti d'incenerimento allora operanti. La normativa tecnica preesistente al Decreto Ronchi, emanata nel luglio 1984, aveva cercato di ovviare al problema diossine prescrivendo la dotazione di una camera di postcombustione fumi per tutti gli impianti d'incenerimento, dove in condizioni controllate d'eccesso d'aria, di turbolenza e di temperatura, si avessero le dovute garanzie di distruzione totale delle frazioni di microinquinanti organici formati nella combustione. Gli anni sono passati, alcuni impianti sono stati adeguati alla normativa ed altri nuovi sono stati realizzati soprattutto nel Centro/Nord, ma la situazione dello smaltimento dei rifiuti è rimasta sostanzialmente precaria al Sud.

Le ricerche effettuate nel frattempo hanno consentito di chiarire, almeno per le diossine ed i furani, che la loro formazione avviene prevalentemente nel corso del raffreddamento dei fumi in un intervallo critico di temperatura (250-400 °C) e che pertanto il presidio della camera di postcombustione è sostanzialmente ininfluente sulle caratteristiche delle emissioni. L'attenzione del legislatore europeo si è quindi rivolta a definire livelli di concentrazione molto restrittivi alle emissioni, piuttosto che ad imporre una scelta progettuale di processo. Le Direttive dell'Unione Europea sull'incenerimento dei rifiuti pericolosi, e recentemente quella sull'incenerimento dei rifiuti (Direttive 94/67 e 00/76), hanno posto limiti alle emissioni molto restrittivi per diossine e furani (0,1 ng/m3), limiti che sono stati prontamente recepiti nella normativa nazionale (Decreti 19 novembre 1997, n. 503, e 25 febbraio 2000, n. 124). Gli impianti d'incenerimento si sono quindi progressivamente trasformati in impianti complessi dove la sezione di depurazione dei fumi ha assunto una crescente rilevanza in termini di consistenza e di costi: gli impianti più moderni prevedono oggi anche quattro sezioni di trattamento in serie con una prima depolverazione, un lavaggio o un adsorbimento dei composti acidi e dei composti organici con carbone attivo, una seconda depolverazione e un trattamento d'abbattimento catalitico degli ossidi di azoto. Si può quindi affermare che, dal punto di vista ambientale, gli impianti d'incenerimento non possono essere più considerati oggi con il marchio d'infamia del passato. Il progetto di ricerca del CNR coordinato dall'Istituto di Ricerca sulle Acque (IRSA), "Processi termici per lo smaltimento di fanghi e di rifiuti speciali anche pericolosi", finanziato con i Fondi Strutturali, ha d'altronde avuto l'obiettivo di dimostrare che il processo d'incenerimento, condotto in condizioni controllate, non rappresenta un problema ambientale e che limiti molto restrittivi alle emissioni possono essere rispettati anche spingendo il funzionamento verso condizioni critiche.

L'incenerimento costituisce, quindi, un'opportunità importante nel ciclo dei rifiuti per la soluzione del problema, anche se naturalmente ci sono altri settori dove è necessario intervenire. È opportuno osservare che il Decreto Ronchi ha definito una scala di priorità cui la gestione dei rifiuti deve rispondere:

1) Prevenzione nella produzione e nella pericolosità;

2) Recupero di materiali;

3) Recupero di energia;

4) Smaltimento in sicurezza.

Nella gestione dei rifiuti urbani il primo obiettivo è conseguito soprattutto con la raccolta differenziata che, se ben attuata, consente di ridurre di una significativa percentuale la produzione dei rifiuti (possono essere sottratti i vetri, la carta e la plastica che assommano globalmente a circa il 40 % della produzione totale di rifiuti urbani) e la loro pericolosità (sono segregati dal circuito di raccolta tradizionale alcuni materiali pericolosi quali le pile, i prodotti tossici ed infiammabili, i medicinali scaduti, classificati come rifiuti urbani pericolosi) ed alcuni beni durevoli (toner, componenti di consumo di apparecchiature elettroniche, computer) in cui la presenza di metalli tossici può costituire un problema per il riutilizzo e comunque per lo smaltimento in discarica. Il secondo obiettivo è stato conseguito prediligendo gli impianti di recupero e, quindi, quelli che producono dalla frazione secca il CDR (combustibile derivato dai rifiuti) e dalla frazione umida un prodotto biostabilizzato (frazione organica del rifiuto urbano stabilizzata e potenzialmente idonea ad un uso come ammendante agricolo). È bene rilevare che questa scelta strategica è derivata anche dalla convinzione che il CDR, ricco di carta e plastica, sia molto più adatto alla combustione ed al recupero energetico rispetto al rifiuto tal quale, presentandosi in forma più omogenea e con caratteristiche chimico/fisiche imposte dalla normativa, soprattutto in relazione al potere calorifico ed al contenuto di cloro. La produzione del CDR a partire dal rifiuto indifferenziato pone però un duplice problema: la difficoltà del raggiungimento dei parametri di qualità imposti e la necessità di provvedere al trattamento e, quindi, all'utilizzazione della frazione umida più fine separata dal rifiuto. Le esperienze maturate hanno dimostrato che il trattamento di biostabilizzazione di questa frazione non consente di produrre un compost di buona qualità. Esso è pertanto destinato a discarica e spesso è utilizzato come strato di copertura giornaliera dei rifiuti abbancati.

Da quanto si è detto risulta, pertanto, che la gestione dei rifiuti in Italia si presenta molto vulnerabile per il marcato ricorso alla discarica (le discariche esistenti si vanno rapidamente esaurendo e la realizzazione di nuovi siti incontra forti opposizioni) e per l'insufficienza tecnica della scelta di impianti di selezione per la produzione di CDR e di compost, che è stata alla base delle politiche di adeguamento degli impianti al Decreto Ronchi.

 

 
Summary

Waste management in Italy continues to be a critical sector where emergencies are not an extraordinary phenomenon but a perennial situation, especially in southern Regions.
This depends on the chronic lack of waste treatment plants to be used for material recovery, recycling, transformation, detoxification, and stabilization. Landfilling continues to be the typical system for waste disposal in spite of the European and Italian legislations which tried to limit its use at least for untreated wastes.
The research project of the National Research Council (CNR), coordinated by the Water Research Institute (IRSA), had the aim to verify on a

demonstrative scale that incineration is a reliable process which allows to reduce volume and hazard of organic toxic wastes respecting the very stringent standards for the gaseous emissions. It must be pointed out that no serious management plan can eliminate incineration as treatment and disposal option because also in the most advanced systems, addressed to prevent production and hazard of wastes as well as to recovery and recycle materials, the residual part of separate collection and treatments still represents a considerable proportion of total wastes which is not qualified for landfilling.