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| di Paolo
Bartolomei Ricercatore presso l'ENEA, Roma |
Pił risorse umane
per essere competitivi
E'ormai
evidente che lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica è
direttamente proporzionale alla crescita delle risorse umane dedicate. Infatti,
la strumentazione più sofisticata e le risorse economiche divengono
inutili se non è contemporaneamente disponibile per utilizzarle un
numero adeguato di ricercatori e tecnici altamente qualificati e motivati.
Questo problema, cruciale per il sistema di ricerca italiano, viene affrontato dal volume Risorse umane: quale futuro nella scienza?, di Sveva Avveduto e M. Carolina Brandi, Milano, Franco Angeli, 2000, che da tempo si occupano di studi sulle risorse umane per la scienza e la tecnologia presso l'Istituto di Studi sulla Ricerca e la Documentazione Scientifica del CNR. Dai dati e dalle analisi che vengono presentati in questo volume, la situazione appare grave, anche se recentemente si sta manifestando una significativa inversione di tendenza.
Infatti, secondo i dati divulgati dall'Ocse nel 2000, su 10.000 occupati l'Italia può contare su appena 32 ricercatori contro i 60 della Francia e della Germania, i 37 della Spagna, i 51 del Regno Unito, i 50 dell'Olanda, i 71 della Norvegia e gli 89 del Giappone. Un dato sconfortante che fa dell'Italia la Cenerentola della ricerca tra i paesi industrializzati e che rischia di arrecare al nostro Paese un grave danno di competitività nel settore dell'innovazione. La situazione sembra peraltro destinata a peggiorare ulteriormente se si considera che il tasso annuo di crescita del numero totale di ricercatori è in sensibile calo: dal 4,1 del quinquennio 1985-'90 si è passati a
0,6 nel 1991-'95, per poi risalire ad un modesto 0,4 nel 1996-'99, nonostante le opportunità anche professionali che la ricerca è in grado di offrire.
A rendere il quadro ancor più preoccupante sono i dati dell'Ocse sul livello di istruzione post-secondaria nel nostro Paese: solo il 9% della popolazione attiva in Italia possiede questo titolo di studio contro l'11% della Francia, il 14% della Germania e della Spagna, il 15% del Regno Unito, il 24% di Olanda e Norvegia. Anche guardando fuori dall'Europa il confronto è perdente: i valori sono del 19% per il Canada, del 18% per il Giappone, del 27% per gli Stati Uniti. Molti dati di comparazione internazionale sono riportati nel volume che si apre con l'analisi dell'occupazione scientifica nei paesi dell'Unione Europea.
Il volume presenta, inoltre, i risultati di due ricerche empiriche svolte dalle autrici su due aspetti inerenti il tema risorse umane per la ricerca: l'una riguardante la filiera formativa dell'alta formazione (il dottorato di ricerca) e le prospettive occupazionali dei dottori di ricerca, l'altra relativa all'analisi dei costi sociali e di quelli privati della flessibilità del lavoro nel settore della R&S. Questi due studi rappresentano una positiva novità nel panorama scientifico nazionale poiché analizzano due temi scottanti ed attuali dei quali spesso si tratta senza un sufficiente ed adeguato sostegno di dati empirici originali. I due ambiti di indagine, la fine del percorso formativo per la ricerca e l'inizio della professione di ricercatore, sono legati da una continuità ideale di analisi.
Il primo studio concerne la situazione occupazionale dei dottori di ricerca dell'Università di Roma "La Sapienza" che hanno acquisito il titolo nel corso del quinto ciclo, iniziato nell'Anno Accademico 1991-'92 e terminato tre anni dopo. La loro condizione professionale è stata analizzata a tre anni dall'ottenimento del titolo di dottore di ricerca per valutare la rispondenza tra formazione acquisita e lavoro svolto e, quindi, il grado di successo dell'università nel formare ricercatori adatti e della società nell'impiegarli adeguatamente.
Il secondo studio mostra la situazione del personale ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche con contratto a termine, come si presentava nel 1999 dopo più di venti anni dall'introduzione nell'Ente del lavoro flessibile. A partire dai dati e dalle dichiarazioni di un campione di ricercatori, vengono analizzati i costi umani e sociali che inevitabilmente essi devono pagare rispetto ai colleghi, la cui attività scientifica è inserita stabilmente nell'Ente.
I risultati dell'indagine confermano quelli di analoghe ricerche svolte a partire dagli anni '90 in altri paesi. A fronte di un ottimo percorso formativo precedente all'ingresso nell'Ente e di un'elevata produzione scientifica dei ricercatori a contratto, molti anni di insicurezza del proprio status generano demotivazione, eccesso di rivalità con altri colleghi, calo dell'efficienza dovuto allo stress, scarsa cooperazione all'interno dei gruppi di ricerca e accentuazione dei problemi della vita personale.
Il riordino del CNR, derivante dal decreto legislativo
n. 19 del 1999, ha dato all'Ente la possibilità di bandire oltre
duemila concorsi per i ricercatori. In un mondo che è immobile da
almeno 20 anni questo fatto nuovo mi sembra non sia stato enfatizzato sufficientemente,
quasi si sia persa la fiducia di uscire dalla stasi con un processo di rinnovamento.
È invece auspicabile che questo processo di inversione di tendenza,
iniziato al CNR, si estenda almeno a tutto il sistema italiano che ha l'assoluta
necessità di accrescere il numero delle risorse umane nella ricerca
per rimanere competitivo all'interno del sistema europeo e rispetto a quello
statunitense.![]()
| SUMMARY |
| Human resources are being regarded as becoming as important for the knowledge-based society as financial capital. Therefore the interest for human resources as one of the main components of the science system has acquired the growing attention of policy makers. As a result of this interest a series of initiatives have been taken, both at institutional, local, regional, and national level to promote the quality of human resources and make better use of highly-skilled scientific personnel. The book provides a detailed analysis of the factors relating to human resources in science considering education, training and professional aspects. |