I S T I T U T I 

P S I C O L O G I A

di Francesco Robustelli
Ricercatore presso l'Istituto di Psicologia del CNR, Roma
 

La violenza giovanile

S i può ragionevolmente sostenere che le cause fondamentali dell'escalation della violenza giovanile nei paesi industrializzati sono già state individuate dagli studiosi di scienze sociali. È il caso di dire che, date le caratteristiche dell'ambiente culturale in cui i giovani di questi paesi crescono, sarebbe strano se questa escalation non si verificasse. Se è vero che tutta la storia umana è intrisa di violenza è anche vero che oggi sono disponibili strumenti di condizionamento sociale, particolarmente diffusi ed efficaci, che favoriscono la costituzione di personalità violente. Il modello di vita dominante nella nostra società è di tipo competitivo, e trova in questi strumenti un fin troppo facile percorso per la sua realizzazione. Innumerevoli ricerche, per esempio, hanno messo in evidenza il rapporto causale che c'è fra televisione e violenza. La televisione elargisce violenza a piene mani, coi film, coi servizi giornalistici, perfino coi cartoni animati. E i bambini passano diverse ore ogni giorno davanti al televisore, anche perché le città offrono loro ben poco spazio per attività alternative che potrebbero favorire una loro positiva socializzazione, come giocare con i coetanei in un parco o semplicemente sul marciapiede davanti alla loro casa. Inoltre, attività come il disegno, la lettura o semplicemente il parlare con qualcuno diventano meno frequenti, anche perché i bambini in questo come in altri campi imitano gli adulti, i quali dedicano sempre meno tempo ad attività creative e comunicative e diventano sempre più teledipendenti. Più precisamente, la televisione produce il suo effetto sia diffondendo un modello generale di rapporti interpersonali basato sulla violenza sia suggerendo specifici comportamenti violenti sia determinando con la continua rappresentazione della violenza una desensibilizzazione alla violenza stessa. Come è stato più volte rilevato, il fatto che i bambini siano spesso lasciati soli davanti alla televisione o che manchi un'abitudine alla comunicazione in famiglia anche quando si guarda la televisione insieme fa sì che di solito non siano in grado di interpretare in modo corretto e maturo le immagini violente che vedono.

La pubblicità commerciale, che nella quasi totalità dei casi non dà informazioni sulle merci ma utilizza suggestioni di tipo sempre più deteriore, bombarda gli esseri umani fin dalla più tenera età. Il risultato è una massiccia induzione di bisogni, che non sempre possono essere soddisfatti. Ne deriva un'abbondante frustrazione e, come è noto, la frustrazione spesso produce aggressività.

Giochi e sport competitivi dilagano, anche a causa di teorie psicologiche (i cosiddetti modelli energetici del sistema nervoso), invalidate da decenni, che sostenevano che essi possono permettere la scarica innocua dell'aggressività. La ricerca psicologica ha invece dimostrato che non esiste nessuna energia aggressiva da scaricare e che giochi e sport competitivi fanno aumentare e non diminuire l'aggressività. Che dire in particolare di certi videogiochi apparsi negli ultimi anni dove si devono ammazzare quanti più pedoni o ebrei è possibile?

Il modello di vita competitivo porta inevitabilmente a rapporti interpersonali aggressivi. D'altronde la nostra cultura è incapace di incanalare la naturale inquietudine giovanile in direzioni costruttive. Questa inquietudine assume facilmente la forma della tendenza alla trasgressione. Il bambino, l'adolescente, il giovane si abituano ad autoaffermarsi per mezzo della trasgressione, spesso fine a se stessa. Basti pensare ai vari tipi di vandalismo (muri imbrattati, segnali stradali semidistrutti, statue mutilate, ecc.). E questo ovviamente è un modo irrazionale di concepire l'autoaffermazione.

Si ha pure generalmente nei nostri giovani una rilevante deindividuazione, cioè una mancanza di autonomia nei riguardi dei gruppi di appartenenza. La deindividuazione è la conseguenza più pericolosa di una socializzazione abortita. Quanto più un individuo si sente insicuro, quanto più è inconsistente il suo sistema di valori, quanto più è limitato lo sviluppo della sua razionalità, tanto più ha bisogno del branco, in cui trova protezione, orientamento, regole. Nella nostra società spesso la violenza è una forma di conformismo.

In questo clima culturale si formano le baby gang. Bambini e adolescenti si abituano a prendere con la violenza quello che non possono ottenere in altro modo. Non solo denaro per la discoteca o per i videogiochi ma anche quegli oggetti che nella loro subcultura sono diventati simboli di uno status a cui tutti aspirano, come giubbotti, zainetti, cellulari, motorini.

La gente di solito dà per acquisito che sia naturale che un ragazzo desideri un motorino molto più di un libro. Ma bisogna invece rendersi conto di come attraverso la sistematica azione dei vari strumenti di condizionamento sociale si formano i desideri, le preferenze, le aspirazioni di un ragazzo. E aggiungiamo che indubbiamente una delle vie più proficue da seguire per capire l'escalation di violenza giovanile nei paesi industrializzati è l'analisi psicologica di tutti quegli adulti, e sono tanti, che si stupiscono di questa escalation. Questa analisi mette bene in evidenza le responsabilità degli adulti. Cioè, per capire veramente il fenomeno, in nessun caso l'oggetto della ricerca può essere costituito solo dai ragazzi delle baby gang e dai sistemi di potere che dominano la nostra società e ne condizionano la struttura, le dinamiche, i valori. L'altro oggetto della ricerca, egualmente importante per gli psicologi, non può non essere costituito da tutti gli adulti incapaci di ribellarsi ai sistemi di potere, i quali contribuiscono in modo determinante a produrre, con la loro passività, con la loro indifferenza, con la loro stupidità, la società in cui viviamo e in cui i giovani crescono e formano la loro personalità.

Presso l'Istituto di Psicologia è in corso da alcuni anni un progetto di ricerca sull'educazione contro la violenza. E, nel maggio dell'anno scorso, su questa tematica è stato stipulato un protocollo d'intesa con il Ministero della Pubblica Istruzione per una collaborazione triennale. Questa collaborazione si articola secondo le seguenti direttive fondamentali: 1) diffusione in ambito scolastico delle attuali conoscenze scientifiche sul fenomeno della violenza; 2) promozione in ambito scolastico di situazioni socializzanti che possano mediare l'acquisizione da parte degli alunni di competenze e capacità concrete tali da metterli in condizione di realizzare rapporti interpersonali basati sulla comprensione, sull'empatia, sul rispetto dei diritti degli altri, sulla razionalità, sul senso di responsabilità e di solidarietà (discussioni guidate dal personale docente, gruppi di studio, gruppi di lavoro); 3) analisi sistematica delle problematiche giovanili e messa a punto di interventi operativi; 4) contatto permanente con tutte le istituzioni scientifiche pertinenti, con l'UNESCO e le altre agenzie dell'ONU e con le associazioni che hanno come scopo la difesa dei diritti umani e la lotta contro la violenza.

È stato anche costituito un gruppo di studio per affrontare i vari aspetti del problema della violenza nel contesto italiano. Di questo gruppo di studio fanno parte due membri dell'Istituto di Psicologia (la Dott.ssa Camilla Pagani e lo scrivente) e rappresentanti dei Ministeri degli Interni, di Grazia e Giustizia e della Solidarietà Sociale.

Il gruppo ha dato molta importanza alle attività di formazione. Fra l'altro, sono stati organizzati tre corsi di aggiornamento, di 30 ore ciascuno, sul tema dell'educazione contro la violenza per gli insegnanti delle scuole secondarie di Roma. Abbiamo anche organizzato nel 1997 a Roma un convegno dal titolo "La violenza nella società contemporanea" e nell'aprile scorso, in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, un altro convegno, a Fiuggi, sul rapporto fra violenza e consapevolezza di sé nei giovani. Un'istruzione scientifica moderna, pubblica o privata che sia, non deve solo produrre ricerca ma deve anche interagire con le varie istituzioni pubbliche per fare in modo che le conoscenze acquisite con la ricerca siano applicate nella realtà sociale. 

SUMMARY
Today particularly widespread and effective instruments of social conditioning are available that contribute to the development of violent personalities. Among these instruments television, advertising, and competitive games and sports play a major role. Our culture proves to be unable to channel youth's natural restlessness into constructive directions. Hence, this restlessness easily takes the form of a tendency toward transgression. Youth also generally shows a strong deindividuation, that is a lack of autonomy toward the groups they belong to. It follows that in our society violence is often a form of conformism. One must realize how the systematic action of the instruments of social conditioning moulds children's and adolescent's desires. The CNR Institute of Psychology has taken some steps in the field of education against violence, in collaboration with the Ministry of Education and other Ministries.

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