I S T I T U T I 

STUDI MICENEI

di Maria Rosaria Belgiorno
Primo ricercatore presso l'Istituto per gli Studi Micenei ed Egeo Anatolici del CNR, Roma

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Il vero significato del mito del vello d'oro e del viaggio degli Argonauti

Alla fine dell'età neolitica, la scoperta dei metalli, primo fra tutti l'oro, cambiò radicalmente i rapporti umani tra i popoli mediterranei, rivoluzionando il sistema sociale ed economico. Poi, con il progredire dell'età del Bronzo, il prestigio personale fu identificato con il possesso e l'esibizione di oggetti di metallo, ed il potere politico con la ricchezza accumulata, vale a dire il tesoro.

Fig.1: mappa dell'Antico Egitto

Il contesto socioeconomico delle popolazioni mediterranee che riuscirono a fondere i primi grammi d'oro e di rame per realizzare monili non era certo quello della Creta Minoica e Micenea, quando la proprietà di oggetti metallici era ormai diventata uno status symbol.

Già a quell'epoca, infatti, non bastava più sfoggiare gioielli d'oro o armi di rame per sentirsi importanti, ma bisognava avere riserve consistenti di metalli, fosse pure in lingotti, per dimostrare la propria valenza politica e sociale.

Ma, prima che la bramosia dell'oro cambiasse i valori materiali della società, prima che l'estrazione e la fusione stessa dei metalli divenisse un affare di stato, come considerava l'uomo preistorico questo strano minerale che cotto si trasformava in un'altra consistenza materiale?

Quali nomi avrà dato a queste essenze? Li avrà considerati un fenomeno naturale, misterioso o divino?

L'oro si trova in natura, allo stato nativo, sotto forma di pagliuzze microscopiche che, strappate dalla roccia e trascinate dall'acqua dilavante, tendono a raccogliersi per densità nelle fosse che incontrano lungo il loro cammino. Si vengono così a formare i depositi alluvionali dove il metallo, mescolato a sabbia e terriccio di vario genere, si è accumulato nel corso dei secoli. Piccole o grandi pepite trovate sul greto e nel letto dei torrenti stagionali furono all'origine delle prime esperienze di metallurgia preistorica che l'uomo fece in diverse parti del mondo. Dalle più grandi l'uomo imparò a riconoscere le più piccole e da queste la sabbia aurifera. La natura stessa con i suoi depositi alluvionali indicò all'uomo il sistema più semplice per estrarre il metallo, l'acqua. Lavando la sabbia o il terriccio delle zolle aurifere sbriciolate era naturale che l'oro si accumulasse sul fondo di un qualsiasi recipiente oppure nelle stesse fossette scavate nel letto dei torrenti da cui poteva facilmente essere raccolto.

Fig. 2: necropoli di Beni Hasan, lavatores all'opera sotto i simboli dell'oro (gentile concessione del Prof. Hamed Ead, direttore dell'Egyptian Cultural Heritage)

Tra i molti luoghi dove questo accadde v'è l'Egitto, famoso nell'antichità per le sue inesauribili risorse aurifere. Numerosi testi geroglifici che hanno riscontro nei testi orientali testimoniano, infatti, che proprio l'Egitto fu, fin dopo l'età romana, il massimo centro di produzione dell'oro nel bacino del Mediterraneo. Tuttavia, nella letteratura archeometallurgica l'Egitto non ha un posto di primo piano. La sua ricchezza, dimenticata per ragioni storiche, politiche o forse climatiche, è riemersa recentemente dai meandri di un passato recente, non antico.

Nel numero di maggio-giugno 1999 della rivista Archaeology, forse la più diffusa rivista di archeologia mondiale, è apparsa una breve ma significativa notizia: "studiando il papiro trovato a Luxor nel 1820, ora al museo di Torino, in Italia, che mostra la localizzazione delle miniere faraoniche ne sono state identificate sedici, ma la mappa ne indica altre 104 "" Nella zona è stata scoperta l'esistenza di più di 153.000 once d'oro. Una stima iniziale porta a supporre l'esistenza di 2 milioni e 100 once d'oro a Sukari, ma si pensa che possano essere fino a 10 milioni. Nella relazione annuale della società "Centamin" del 1998, il direttore Roland Bosco ha descritto Sukari come "one of the prime gold projects on the world's mining scene". Alla 

Fig. 3: la lavorazione dell'oro, inizio VI dinastia, 2330 a.C. circa; (concessione Hamed Ead)

conferenza di Città del Capo lo scorso febbraio, El-Raghy, direttore del Dipartimento Minerario dell'Egitto, ha sostenuto che l'intero Deserto Orientale può possedere 55 milioni di once d'oro. Un articolo del Wall Street Journal nota che "ancient workings pepper the area at Sukari", ma non fa menzione di qualsiasi progetto per salvaguardare i siti. Rispondendo alla domanda di Archaeology circa la protezione dei siti di Sukari e del Deserto Orientale oggi chiamato "Deserto Arabo"(fig. 1), El-Raghy ha detto "As a mining executive I'm very much aware of the current and future heritage value of the archaeological sites. As an Egyptian, I'm even more aware and proud of this history" (M. Rose, Egyptian Gold Rush, Archaeology, May-June 1999).

È logico, dopo questa notizia, chiedersi quanto oro ci fosse prima dell'enorme sfruttamento faraonico che si è protratto per quattromila anni.

I testi antichi avevano ragione, ma solo H. e L. H. Hoover, nelle annotazioni del più famoso trattato di metallurgia antica, De Re Metallurgica di G. Agricola del 1550, da loro tradotto e pubblicato nel 1912, avevano indicato l'Egitto come luogo da cui provenivano le più antiche testimonianze di lavorazione dell'oro. Se questo sia vero o no è difficile dirlo, ma l'evidenza vuole, che la maggiore disponibilità mediterranea di questo metallo sia, oggi come un tempo, proprio nei deserti della Nubia.

Nei canyon scavati per migliaia di chilometri dai torrenti (wadi) che collegano il Nilo con il Mar Rosso, dove la foresta sopravvive in una stretta e lunghissima oasi, l'oro veniva estratto già nel quarto millennio a.C. con bacinelle ricavate da zucche essiccate, setacci di fibra vegetale e lana. Numerosissime sono le testimonianze egizie, epigrafiche e pittoriche, di quest'arte antica, così preziosa ed importante che già nella IV dinastia era stata valutata degna di essere rappresentata nei contesti religiosi. Il repertorio unico e straordinario che, per tremila anni, narra tutti i metodi, le fasi e l'evoluzione stessa della metallurgia egiziana - ne sono un esempio le pitture delle tombe rupestri di Beni Hasan (fig. 2) e della tomba del visir Mereuka a Saqqara (fig. 3) non a caso ci è stato lasciato dalla civiltà che più di ogni altra fece dell'oro il simbolo del potere divino ed umano.

Fig. 4: Giulio Agricola: De Re Metallurgica, Gli Argonauti estraggono l'oro con la pelle di un ariete

Una curiosa testa di ariete in poros di età arcaica, trovata a Cipro nel sito preistorico di Pyrgos, che ci ha regalato una rarissima testimonianza di officina organizzata per l'estrazione del rame (Archeo, marzo 2000), ha fatto scoccare la scintilla che ci ha spinto ad indagare sulla simbologia dei metalli.

Certo l'ariete non aveva nulla a che fare con il rame prodotto a Pyrgos, ma stranamente l'unica altra rappresentazione cipriota di ariete in poros era stata trovata in una grotticella proprio nei pressi delle antiche miniere di rame di Almyra.

Un nesso quindi con i metalli ci poteva essere, ma con quale tra quelli che l'isola produceva in abbondanza nel periodo arcaico? Ricercando nel labirinto della storia e della mitologia greca abbiamo trovato una notizia interessante riportata da Strabone.

Il grande storiografo nel primo secolo a.C., rifacendosi al mito di Giasone e del vello d'oro, (Strabone XI, 2,19) descrive un antico metodo per estrarre l'oro dai depositi alluvionali dei torrenti, facendo scorrere l'acqua sopra pelli di ariete che trattengono la polvere d'oro nel loro vello.

Strabone attribuisce l'invenzione di questa tecnica agli abitanti della Colchide, l'attuale Georgia, una regione posta tra il Caucaso, l'Armenia ed il Mar Nero, dove secondo la leggenda trovò asilo il principe Frisso, tratto in salvo proprio da un ariete d'oro, dono degli dei al padre degenere Atamante, e da lui sacrificato in onore del re Eeta che gli aveva dato asilo. Il mito di Giasone e degli Argonauti si riallaccia come è noto a questa leggenda: Giasone dopo mille peripezie insieme al suo drappello di Argonauti, sopra la nave Argo, costruita dal figlio di Frisso, giunge nella Colchide dove trova il vello d'oro dell'ariete sacrificato, e riesce ad impossessarsene superando altre mille difficoltà. Il viaggio di ritorno non è meno travagliato di quello dell'andata ed il racconto intreccia diversi miti e leggende egee che sarebbe troppo lungo elencare.

La notizia di Strabone venne ripresa nel 1550 da G. Agricola, che, nel De Re Metallurgica, ripropose l'attribuzione dell'invenzione della tecnica estrattiva con velli di pecora agli abitanti della Colchide, pubblicando al riguardo una famosa illustrazione (fig. 4). Ma nessuno si ricordò del passo di Apollonio Rodio nelle Argonautiche, che ci ricorda come gli abitanti della Colchide, all'arrivo dei prodi di Giasone, non conoscevano l'agricoltura e l'allevamento del bestiame (Argon. II. 1002.). Fiumi di inchiostro sono stati scritti su questa sporadica ed unica notizia, su cui a lungo si è favoleggiato, cercando di individuare nelle risorse aurifere della regione lo scopo dei continui attacchi assiri nella Colchide. Sta di fatto che, dopo Strabone, nessuno storico ha più riportato notizie aggiornate sull'argomento, mentre il complesso dei miti riferibile al viaggio degli Argonauti fu inteso come un'epica sul commercio greco dell'oro verso il Mar Nero.

Nel 1984 lo studioso Tim Severin insieme con un'équipe di esperti ricostruì la nave Argo e, seguendo il testo delle Argonautiche di Apollonio Rodio, ripercorse nei particolari l'avventura di Giasone pubblicando i risultati sul National Geographic dell'ottobre 1985.

La notizia più interessante che ne riportò fu quella che, ancora in età moderna, alcune popolazioni limitrofe utilizzavano le pelli di pecora per estrarre l'oro dai depositi fluviali. Un'evidenza che, pur se confermava il legame tra il sistema estrattivo ed il mitico vello d'oro, non datava certamente l'antichità di questo.

Fin qui i fatti sembrano dar ragione a Strabone, ma l'intera vicenda ha molti punti oscuri e potrebbe essere interpretata al contrario, considerando il viaggio di Giasone, come simbolo della colonizzazione micenea e delle influenze culturali che hanno portato la conoscenza delle tecniche metallurgiche dall'Egeo nel Mar Nero.

Infatti, entrambi i miti del principe Frisso tratto in salvo dall'ariete d'oro e del viaggio di Giasone hanno origini greco-micenee risalenti al XIII sec., mentre la grande produzione di oreficeria micenea era iniziata già da almeno due secoli, durante i quali certo la disponibilità del metallo doveva essere stata notevole, se si considera il peso degli oggetti e dei vasi che facilmente raggiungeva e superava il chilo. I Micenei ci hanno lasciato importanti testimonianze della loro abilità tecnica nella lavorazione dell'oro, a sbalzo, ad agemina, a lamina, a granulazione, ma nessuna indicazione circa la presenza nel patrio territorio di miniere e giacimenti capaci di produrre tale ricchezza. L'argomento sull'origine dell'oro e della tecnica metallurgica micenea è ancora avvolto nel mistero. Sta di fatto che, accettando la cronologia del viaggio di Giasone all'inizio del XIII sec. a.C., se i micenei avessero dovuto apprendere l'arte dell'estrazione dell'oro dalla Colchide in quell'occasione, non potremmo di certo datare al XV e XIV secolo molti dei loro capolavori.

Per altro, le testimonianze relative all'estrazione di oro dalle vicine isole egee o dalla Macedonia sono decisamente più tarde e lontane rispetto all'evoluzione stessa della civiltà micenea, che storicamente occupa la parte centrale del secondo millennio a.C., e che coincide con un periodo di scambi culturali e di sviluppo socioeconomico, nato non tanto da un'espansione territoriale, quanto da un'economia coloniale basata sul commercio marittimo nel Mediterraneo. È quindi ovvio chiedersi se l'origine dell'oro miceneo non sia da ricercarsi altrove, in un paese per così dire d'oltremare, che a quel tempo godeva fama di inesauribili risorse aurifere e che si trovava lungo la rotta dei loro traffici.

Tralasciando le notizie epigrafiche del Vicino e Medio Oriente, che più che darci informazioni su sicuri e vasti giacimenti d'oro, testimoniano il valore sociale ed economico che aveva raggiunto questo metallo come status symbol, dobbiamo riconoscere che la fama del paese più ricco d'oro spettava all'epoca all'Egitto. E non è difficile immaginare che proprio in quel Paese tra i diversi sistemi di setacciamento e lavaggio dell'oro sia nata anche la tecnica di filtraggio delle sabbie aurifere con il vello di pecora, visto che le pecore e le capre costituiscono da sempre il patrimonio alimentare delle popolazioni nomadi del deserto. Infatti, le pitture del tempio di Medinet-Habu di Ramesesse III a Tebe rappresentano proprio l'estrazione dell'oro con le pelli di ariete.

Come accadde è facile immaginarlo: una pecora o tutto il gregge, un certo giorno o vari giorni di seguito, è entrata nell'acqua dello wadi dove i lavatores dell'oro stavano setacciando la sabbia aurifera, "infarinandosi" di una finissima polvere d'oro che brillava ai raggi del sole. Il passo verso l'affinamento della tecnica fu brevissimo.

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