I S T I T U T I |
P S I C O L O G I A |
| di Sergio
Benvenuto Ricercatore presso l'Istituto di Psicologia del CNR, Roma |
Dicerie e leggende
metropolitane
"A
d un amico di un mio amico è accaduto che" Di
solito questa espressione è la clausola che introduce la narrazione di una leggenda
metropolitana (calco dall'inglese urban legend), alias diceria, alias
voce che corre, rumor o rumour per gli anglofoni. A questo
fantomatico amico dell'amico accadono cose spesso memorabili, fino al punto che
talvolta persino i media ufficiali se ne fanno cassa di risonanza. Un
paio di anni fa i quotidiani hanno riportato la storiella di un signore di mezza
età che, chiuso in una stanza d'albergo con una ragazza molto più giovane di
lui, si lancia nudo dall'alto dell'armadio per possedere la sua compagna ma che,
così osando, si rompe una gamba. I prestigiosi giornali ci assicuravano che
l'incidente era accaduto nella provincia di Siena. Ma la disavventura
"dell'amante Batman" era già "accaduta" in varie parti del
mondo: negli Stati Uniti (St. Louis, Los Angeles, New York), a Londra e in Nuova
Zelanda. Anche in questi paesi spesso la notizia era stata riportata dalla
stampa locale autorevole. Insomma, importando questa storia l'Italia imitava,
come in molte altre cose, i paesi anglofoni, ovviamente con anni di ritardo.
La questione delle "leggende metropolitane" dietro il suo aspetto aneddotico nasconde un serio problema teorico (il che giustifica l'interesse di ricercatori CNR per esso): i processi di produzione e diffusione del "sapere popolare", dei fatti o fattoidi in cui la gente crede e che riporta come veri e certificati. Ovviamente non tutte le dicerie sono false, ma l'interesse teorico si concentra proprio su quelle false o del tutto inverosimili. La domanda di fondo era: che cosa tutte queste storie che passano di bocca ad orecchio esprimono, e che cosa determina la straordinaria diffusione di alcune di esse, che si espandono per il pianeta intero?
In questo studio - ora pubblicato col titolo Dicerie e pettegolezzi da Il Mulino - propongo una teoria per spiegare il perché, se non di tutte le dicerie, certo di una buona parte di esse, e del perché dello straordinario successo di alcune. A questo fine prendo in esame anche i casi recenti legati ad Internet, quali, ad esempio, il successo sorprendente di "catene di S. Antonio" informatiche a sfondo filantropico (tipo quello della bambina morente che vuole diffondere al maggior numero di destinatari possibili un messaggio e-mail su se stessa). Includo nell'analisi anche fenomeni di credulità collettiva che si sono prodotti negli ultimi anni in Italia, in quanto espressione di leggende urbane. In generale, la diceria permette di aggirare una sorta di "censura" cognitiva. Nel caso delle dicerie vere la censura è ovvia: le persone oggetto dell'informazione non vogliono far trapelare nulla, e la diceria si incarica di aggirare questa proibizione. Ma la censura può essere più complessa: la diceria dà allora credibilità e verosimiglianza ad un modo di vedere le cose che, per svariate ragioni, chi crede o ripete la diceria non può sostenere esplicitamente e direttamente. La diceria è insomma un'insinuazione particolarmente efficace: è la "dimostrazione" indiretta di qualcosa che non abbiamo il coraggio di sostenere pubblicamente. La diceria o leggenda metropolitana aggira anche qui una censura, quella che ci impedisce di affermare esplicitamente o direttamente certe opinioni e giudizi. Un esempio tra mille - da anni si racconta come fatto realmente accaduto la disavventura capitata ad "amici di un mio amico": una coppia di occidentali (americani se la storia viene raccontata in America, italiani se viene raccontata in Italia, ecc.) in viaggio turistico in un paese del terzo mondo - che varia a seconda delle versioni - trova là un cane randagio di cui essa si prende cura e che porta con sé nel paese occidentale di residenza. Qui però la coppia scopre con orrore che "il cane" è di fatto un enorme topo di fogna. Cosa spiega il successo di questa storiella, garantita ovviamente come "fatto davvero accaduto"? Il fatto che essa circoli soprattutto tra persone sedicenti non razziste, di larghe vedute, "progressiste", può fornirci la chiave. Essa esprime in maniera obliqua, parabolica, un messaggio o una "morale" oggi non politicamente corretti, e che quindi il narratore di turno non osa sostenere: che il terzo mondo, dietro un'apparenza di normalità e di modi di vita che sembrano del tutto simili ai nostri, ci riserva amare sorprese, che insomma i paesi sottosviluppati restano sporchi, inquietanti e minacciosi. Il "topo di fogna" di fatto diffama paesi e popoli nei cui confronti esibiamo invece comprensione, solidarietà o affetto.
Così ogni leggenda metropolitana di fatto esprime "una morale", come nelle fiabe di Esopo o di La Fontaine, che tuttavia rispetto alle favole classiche ha questa particolarità: la morale in essa implicita è impresentabile, è di fatto una morale rimossa o inaccettabile, anche agli occhi di chi crede nella storiella. In altre parole, storie come quelle del topo di fogna scambiato per un cane ci mettono in contatto con "la fogna" della mentalità e delle credenze della nostra società. Lo studio delle voci e leggende che corrono può, quindi, darci un accesso - attraverso una porta mimetizzata o laterale - a discorsi ombrosi ma efficaci che circolano in una società.
Anche se le dicerie possono apparire inoffensive, di
fatto esse spesso producono effetti molto drammatici sulla vita di certe persone
e spesso sulla vita politica di una nazione. Le dicerie possono uccidere, come
capitò nel 1977 ad un ministro gaullista francese, suicidatosi a causa di voci
insistenti che gli attribuivano operazioni edilizie illegali. La stessa
convinzione, tutt'oggi diffusa, secondo cui Nerone avrebbe fatto bruciare Roma
nel 64 d.C. per poterla ricostruire secondo i suoi gusti urbanistici è una
diceria ostile all'imperatore che si è perpetuata per circa 2000 anni. La
diceria, nella misura in cui dà credibilità e plausibilità ad idee, è quindi
anche un'arma politica che può rivelarsi decisiva. La diceria è quindi
un modo di solito non programmato - ma in molti casi le dicerie possono essere
messe in giro "ad arte" - per condurre vere e proprie lotte tra
gruppi, etnie, classi sociali, tendenze etiche e culturali. Le voci sono l'arma
segreta di cui le interpretazioni collettive del mondo si servono per
sopravvivere e prevalere nella grande giostra di idee e discorsi, che
costituiscono la trama del vivere sociale.![]()
| Summary |
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The study of rumors and urban legends is a way to highlight the ideas, believes, prejudices and political-ethical presumptions one usually dares not voice. The research, recently published as "Dicerie e pettegolezzi" (Il Mulino), summarizes the basic foundings on this topic, and proposes an original approach to analyzing this form of informal communication. In particular, it offers a new interpretation of the prevalence, proven over time, of "tragic" rumors (with their pessimistic, aggressive, negative or xenophobic content) over optimistic and positive rumors, reveals the rhetorical mechanisms of rumor as "a morality tale in the form of information", and draws a clear distinction between gossipy rumors and the appropriately called urban legends. The ubiquity of rumors, in particular, is situated in relation to the prevalence of non-hierarchical social networks and to the success of the reticular paradigm in social sciences. |