PROGETTI FINALIZZATI |
E D I L I Z I A |
| di Roberto
Vinci Ricercatore presso l'Istituto Centrale per l'Industrializzazioe e la Tecnologia Edilizia del CNR, Milano e gią Coordinatore scientifico del Sottoprogetto III |
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Qualitą ed innovazione tecnologica
Per il PF Edilizia lo Studio di Fattibilità fu approvato dal CIPE nel 1986. Nel 1989 fu predisposto il Programma Esecutivo del primo anno di attività. Nel 1996 il Progetto concluse di fatto il suo quinquennio di attività, prolungato di quasi due anni per motivi di ordine burocratico e tecnico.
Oggi, dunque, si è quasi in grado di ragionare
in termini "storici" rispetto a quell'esperienza, nella convinzione
che sia necessario rilanciare opportunità per nuove occasioni di
ricerca programmata che aiutino il settore delle costruzioni e dell'edilizia
ad imboccare, con maggiore decisione e con il supporto della ricerca tecnologica,
la via di una radicale innovazione che lo proietti stabilmente in un mercato
domestico ormai europeo, che è quasi una realtà.
Il Sottoprogetto (SP)3, già nella propria titolazione, "Qualità ed Innovazione Tecnologica", denunciava un ambito piuttosto vasto da `ricondurre a sistema', considerata anche la valenza tautologica dei due concetti accomunati. Il primo, la "qualità", nei primi anni '80 (con riferimento al settore delle costruzioni) era ancora poco più che un `vezzo' snobistico utilizzato, anche a livello internazionale, quale parola di riconoscimento in una ristretta cerchia di esperti, ricercatori e normatori, infaticabili (e forse illusi?) fautori dell'accreditamento del settore produttivo ed imprenditoriale delle costruzioni quale settore industriale. Il secondo, l'innovazione tecnologica, era gravato da un duplice fardello semantico: sia quale recente appiglio utilizzato per superare una normativa tecnica di tipo morfologico-descrittivo, a favore di quella esigenziale-prestazionale, sia anche quale più o meno millantata frontiera imprenditoriale, utile per testimoniare l'avvenuta industrializzazione.
Oggi quei due termini appaiono assai diversi nella loro interpretazione riferita al settore. La qualità, laddove applicata, comporta aspetti assai mirati e differenti (di prodotto, di processo produttivo di sistema, di personale): si ragiona in termini europei e ci si sta attrezzando a livello di vecchio continente per renderla effettivamente controllabile sia in ambito volontario sia obbligatorio. È cambiato il "linguaggio". La qualità (correttamente intesa) comincia ad essere interpretata in termini di Economia e, anche se appare ancora lungo il percorso che dovrà portare ad una specificazione dell'essenziale e ad una conseguente semplificazione di applicazione, la parte pubblica ed in particolare uno Stato che si colloca tra i più industrializzati del mondo non può più esimersi dall'esercitare un ruolo che le è proprio: quello di "indirizzo", cioè di "guida e controllo", a garanzia dello svilupo imprenditoriale del Paese. Ciò pur sapendo che non sarà possibile applicare per tutti i settori la medesima "ricetta", ma che dovrà essere almeno garantita una convergenza di indirizzi nei confronti di obiettivi dichiarati e perseguiti con coerenza ed attenzione, pena la perdita di affidabilità imprenditoriale nazionale sul piano internazionale.
È peraltro, in molti campi, un problema di "crescita culturale" quello che si sta vivendo, anche se si constata una sempre minore ignoranza dei settori imprenditoriali nei confronti dei dettati normativi, cui corrisponde ancora un'emblematica limitata disponibilità alla contribuzione tecnica diretta in fase di definizione.
L'innovazione tecnologica, che pure è generalmente presente se non proprio determinante nella creazione, fabbricazione e distribuzione dei prodotti e dei servizi, comporta che si possiedano competenze scientifiche e tecniche. Tuttavia, tenuto conto della constatazione che il livello medio di maturità del settore non è ancora propriamente `industriale', con tutte le conseguenze che questo fatto comporta nei confronti delle capacità di espressione dei contenuti e dell'utilizzo della ricerca scientifica, e di quella tecnologica in particolare, emerge oggi un crescente e motivato dubbio che il modello industriale non debba essere, in definitiva, il modello di riferimento di questo settore.Settore atavicamente propenso a svilupparsi per lenta evoluzione e pure ricco di raffinate competenze che affondano le loro radici più nella cultura che non nella standardizzazione e che, differentemente dall'industria, non sono mai definitivamente superate, non devono quindi essere radicalmente sostituite, ma devono viceversa essere salvaguardate, coltivate ed arricchite.
Le potenzialità di innovazione sono diverse per i singoli settori, in relazione alla propensione ed alle occasioni di reale confronto che il Mercato da una parte, con una sana concorrenza, e l'apertura mentale dei responsabili e del management dall'altra consentono, rendendo chiaramente comprensibili le convenienze di tale atteggiamento in termini economici a breve/medio periodo. In altre parole, anche la convinta propensione all'innovazione, soprattutto nella PMI, è ancora gravata da fattori culturali che la fanno interpretare come un "rischio", che ancora pochi intendono accollarsi singolarmente. Ecco allora nascere una spontanea riflessione sull'insufficiente collegamento (in termini di concretezza del trasferimento e di "linguaggio") tra le sedi della ricerca pubblica nel nostro Paese ed il tessuto imprenditoriale (non con i suoi molti "Centri di studio" di origine generalmente associativa, e quindi di parte). Tutto ciò rende necessario che si abbia il coraggio di abbandonare approcci di analisi variegati ed onnicomprensivi, a beneficio di limitate ma più approfondite valutazioni su realtà assai più mirate: fatto questo assai più faticoso, che richiede competenze non esclusivamente teoriche.
Il settore delle costruzioni possiede valenze e potenzialità ricettive di innovazione di tipo trasversale assai elevate, a patto che si evidenzino, con maggiore corrispondenza alla realtà odierna, i sotto-settori produttivi che lo contraddistinguono. Si pensi, ad esempio, alle problematiche legate all'isolamento termico, alle tecnologie di copertura, ai nuovi sistemi di involucro esterno: essi come altri corrispondono ad importanti raggruppamenti industriali che hanno saputo coniugare tradizione ed esperienza con l'innovazione tecnologica, e che si stanno comunque espandendo "per imitazione" a livello nazionale, dopo essersi saputi autonomamente imporre non più per sola intraprendenza commerciale, bensì per effettivi livelli di concretezza tecnologica, tecnica e qualitativa sui mercati internazionali. Sono, queste, tutte PMI che oltre ad investimenti di marketing hanno saputo "riprogettare", attraverso la R & S, funzioni e sub-sistemi edilizi anche di tipo tradizionale ed, in quanto tali, più difficilmente "aggredibili" da mutamenti innovativi. L'intero settore, poi, sta cominciando (finalmente) a comprendere i limiti del suo assetto organizzativo e gestionale e, lentamente, stanno mutando gli operatori ed il processo. Queste sono d'altro canto scelte forzate di ottimizzazione per un settore complesso nel quale convivono categorie imprenditoriali con differenti "velocità di reazione" e propensione all'innovazione. Tuttavia, in termini economici, i margini e le necessità di innovazione sono assai elevati (e non difficili da raggiungere) e, di conseguenza, appare parzialmente inspiegabile lo scarso interesse che tutte le analisi inerenti allo sviluppo riservano a questo settore che, tra l'altro, come più volte osservato, è sia in grado di "importare innovazione" (ma anche di produrne) sia in grado di contribuire alla risoluzione indiretta di problematiche diverse (si pensi, ad esempio, all'ambiente, al riciclaggio dei materiali, al risparmio energetico, ecc.).
Quanto, infine, all'esigenza di valutazioni ulteriori
nel settore della tecnologia delle costruzioni (per talune nicchie produttive
più avanzato di quanto possa apparire ed affatto debitorio di conoscenza,
in campo di innovazione, nei confronti con realtà estere), essa si
origina sul dubbio che nessuno abbia finora valutato le potenzialità
economiche anche di piccole innovazioni (scientificamente non attraenti)
che tale settore (ed il suo indotto) possiede, e non solo in termini di
Paese. Infatti, si è piuttosto preferito individuare aree e tematiche
di innovazione per effetto imitativo di mercati più evoluti, innescando
un processo di "ricerche ad inseguimento" il cui portato, è
risaputo, ha un basso valore aggiunto in termini applicativi, dovendosi
alla fine confrontare con le aspettative tipiche della PMI, la cui visuale
strategica non è mai di lungo periodo, né possiede continuità
di finanziamento.
Questo settore, più di altri dunque, ha bisogno di sviluppo che si raggiunge solamente con il contributo che la ricerca scientifica e quella tecnologica, in particolare, può offrirgli, a patto che si focalizzino pochi obiettivi chiari e si individuino progetti in grado di coinvolgere operativamente una vasta trasversalità di competenze, `forzando' la cooperazione consenziente tra rappresentanti di ambiti disciplinari apparentemente assai diversi e già proiettati verso il nuovo. Utilizzando, forse impropriamente, un corrente neologismo concettuale, si potrebbe argomentare sull'esigenza di programmare in campo tecnologico una "ricerca sostenibile". Si ritiene però che non sia ancora maturo tale momento in quanto, se è vero che la realtà (e la forza) imprenditoriale nazionale si fonda sulla PMI e che spesso in tale ambito esiste una pericolosa "deriva" che non consente di adeguare sufficientemente il know-how (che in una prospettiva di globalizzazione del mercato è condizione irrinunciabile di sopravvivenza, prima che di sviluppo), si tratta prioritariamente di trasformare una debolezza in forza, sfruttando in senso positivo la trasversalità delle competenze disponibili indipendentemente dalla loro localizzazione fisica, e applicando intelligentemente e concretamente i presupposti che sono propri di una "rete". Il che, tuttavia, è inizialmente più difficile di quanto possa apparire perché si basa soprattutto sulla disponibilità alla collaborazione, che a sua volta dipende da un reale convincimento nel mutuo interesse e dalla rinuncia al protagonismo o all'esclusività.
Deve crescere, dunque, la consapevolezza della reale utilità di taluni nuovi comportamenti del settore che non possono essere in alcun modo imposti per risultare realmente efficaci, ma che devono rappresentare il risultato di un dibattito interpretativo quanto più obiettivo, generalizzabile e costruttivo possibile. Tuttavia, il punto da considerare attentamente a questo proposito è quello relativo alle "responsabilità". Nel momento in cui si pensa che nuove procedure e regole cambino vecchie abitudini, ogni "operatore" è realmente disposto ad esercitare la propria (e solo la propria) responsabilità, assumendosene anche gli oneri, come è necessario?
D'altronde, non ci si può certo accontentare del fatto che l'innovazione tecnologica di questo comparto (che è il secondo per importanza nazionale in termini di PIL) si concretizzi in un contributo più o meno spontaneo e casuale alla `microindustrializzazione', annualmente testimoniato nelle Fiere specializzate di settore e derivante generalmente dall'inventiva accoppiata all'esperienza, anche se questa ha sempre avuto nel passato un notevole peso, ed ancora possiede, nell'evoluzione del settore della PMI, un'importanza tale da rappresentare una caratteristica distintiva. Si è sottolineato questo aspetto in quanto si ritiene che, in molti casi, la sofisticatezza dell'approccio alla ricerca in questo settore rappresenti un'involuzione all'individuazione di innovazioni (anche minimali) realmente trasferibili agli operatori, in quanto di immediata comprensione, soprattutto nella fase più propriamente applicativa, quale facilitazione rispettosa della loro professionalità. Infatti, la preoccupazione primaria della PMI, passivamente assunta quale derivazione di ispirazione industriale, è quella di ridurre i costi mantenendo la qualità delle opere: ciò si traduce nell'esigenza di "tecnologie accessibili", perché spesso il rifiuto al cambiamento o all'impiego dell'innovazione è banalmente derivato da fattori di costo.
Ancora a titolo generale va detto che nel SP3, ad un coinvolgimento di una comunità scientifica assai elevato in termini di ricercatori, non è apparentemente corrisposta una generale capacità di utilizzo ottimale dei fondi a disposizione: molti (e forse troppi) per coloro che hanno operato nell'ambito dell'approfondimento teorico delle conoscenze del settore, pochi (e spesso non sufficientemente incrementati da parte industriale) per coloro che si sono dedicati agli sviluppi prototipali ed alla sperimentazione sul campo. Non appaia questa una critica, quanto una constatazione a posteriori, peraltro ben comprensibile e giustificabile stante la conoscenza dei limiti delle prassi gestionali di un Progetto Finalizzato, più volte pubblicamente stigmatizzate, ed alle quali ci si è ovviamente dovuti conformare, pervenendo comunque ad un risultato, per quanto concerne questo Sottoprogetto, che si giudica nel complesso positivo e che sta apportando ulteriori risultati indotti anche nel medio termine.
Proprio l'insieme dei ricercatori a vario titolo coinvolti in questo periodo rappresenta, ad esempio, un risultato non ascrivibile certamente a merito, ma indubbiamente confortante, in quanto ha indotto gli operatori del mercato a quella maturazione di atteggiamento, attenzione e disponibilità nei confronti della ricerca scientifica e tecnologica cui si è fatto riferimento in precedenza.
La competitività sarà sempre più basata sul soft, cioè sulle competenze metodologiche trasversali ai vari settori industriali, e la tecnologia non è sistematicamente sinonimo di `alta' tecnologia, benché quest'ultima intervenga sempre di più negli impianti, nei materiali, nei programmi (tecnologia incorporata), nei metodi. Infatti, buona parte delle innovazioni è frutto di nuove combinazioni tra elementi già noti (il videoregistratore, il windsurf, per esempio) o di impieghi diversi (il walkman), oppure della creatività nella progettazione dei prodotti. A quest'ultimo proposito il design è più importante dell'ingegneria, in quanto un processo innovativo non si limita soltanto alla tecnologia, ma rappresenta una delle componenti dell'investimento immateriale che può rappresentare l'elemento decisivo del successo sul mercato, soprattutto per prodotti di gamma alta, a prezzo elevato.
L'articolazione del SP3 nel suo primo triennio
comprendeva cinque Aree Tecniche di riferimento. Esse erano originariamente
sette, ma in fase di avvio operativo si ritenne produttivo accorparne alcune.
Qui di seguito vengono riportate le cinque Aree Tematiche di riferimento,
tralasciando la relativa ulteriore specifica articolazione:
3.1+3.3 Evoluzione ed innovazione tecnologica per la costruzione
3.2 Osservatorio delle tecnologie sperimentali ed innovative per il recupero
3.4 Integrazione fra ricerca, normalizzazione e controllo: metodi ed organizzazione
3.5+3.7 Informazione e formazione
3.6 Nuove forme di valutazione della qualità e del suo rapporto con i costi di costruzione e di gestione.
In termini generali, ribadendo quanto affermato nella relazione di questo SP3, contenuta all'interno della pubblicazione inerente al consuntivo d'attività triennale stampato nell'Aprile del 1993, si ritengono raggiunti gli obiettivi globali che per questo SP3 erano stati programmati. Molti di essi hanno già avuto modo di svolgere una vera e propria funzione di innesco, diversificato e difficilmente individuabile nella sua completezza, e di coinvolgimento verso ambiti professionali e tecnici differenti e ciò costituisce, tra l'altro, sia un'implicita conferma dell'avvenuto trasferimento `dalla ricerca alla pratica', sia la garanzia che i risultati delle varie Unità Operative (U.O.) non siano andati dispersi o siano stati oggetto di sfruttamento solo da parte dei singoli interessati. Qui di seguito si accenna soltanto ad alcuni dei risultati ottenuti, per questioni di spazio. Per la completezza dell'informazione si rimanda alle pubblicazioni di consuntivo triennale e finale predisposte.
Per quanto concerne gli argomenti, il SP3 ha svolto ricerche precipuamente tecnologiche, ma anche indirizzate alla proposizione di modelli strutturali ed organizzativi per una migliore gestione della qualità edilizia ed in relazione a ciò:
Analizzando le ricerche svolte nel primo triennio
all'interno del Sottoprogetto 3 a livello di Area Tematica, si può
osservare che per molti dei numerosi risultati conseguiti non sono mancate
le interconnessioni con attività di ricerca differentemente finanziate
e sviluppate in sede nazionale, così come con iniziative di divulgazione
e di coinvolgimento internazionale, di cui sono soltanto parziale testimonianza
il notevole numero di pubblicazioni che le singole U.O. hanno avuto modo
di presentare ad innumerevoli congressi, concretizzando anche in questo
modo un utile confronto con la comunità scientifica estera.
Molti componenti innovativi sono arrivati alla fase di studio pre-prototipale, per altri sono stati realizzati modelli prototipali a scala reale ed, in alcuni casi, sul prototipo messo a punto è stato attivato il processo di sperimentazione che, in tempi successivi, al termine delle ricerche, è stato concluso favorevolmente pervenendo al completamento della fase di ingegnerizzazione ed alla produzione di `prime serie'. È il caso, ad esempio, del solaio innovativo per varie dimensioni di campata, realizzato con struttura mista legno-ferro-cemento LLEAR ed interposti costituiti da elementi in materiali compositi GRC-Glass Reinforced Concrete ed in due differenti versioni di acciaio, elementi tra l'altro già predisposti per l'inserimento delle reti impiantistiche a soffitto (cfr. "Progettazione e realizzazione di componenti e sistemi basati sull'impiego di tecnologie innovative per l'industria". Collana Rapporti tecnici del PFE, Ed. F. Angeli, 1994). Quella che è mancata da parte della comunità scientifica, fin dal momento di proposizione delle richieste di ricerca, è stata una maggiore convinzione nelle potenzialità di interlocuzione diretta con l'imprenditoria, quest'ultima viceversa impegnata, attraverso le sue rappresentanze associative, più in ricerche su questioni di tipo teorico e procedurale, che non tecnologico.
L'ultimo biennio del PF è stato caratterizzato da una generale rilettura e rifinalizzazione degli obiettivi e sono state praticamente assai sfumate le specifiche caratterizzazioni tematiche dei tre Sottoprogetti, che avevano, peraltro, in più occasioni dimostrato i limiti della loro forzata ed artificiosa distinzione, ricercando ripetutamente occasioni di confronto e condivisione per tematiche trasversali. Questa scelta, meditata e sofferta, è stata senz'altro positiva nel tentativo di circoscrivere e determinare gli obiettivi da conseguire, e ben altro effetto avrebbe certamente potuto ottenere se tale logica apparentemente `minimalista' fosse stata attuata fin dall'inizio del precedente triennio. Tuttavia, a posteriori, tale scelta è risultata soltanto parzialmente efficace, rispetto alle aspettative che in essa erano state riposte. Infatti, se da un lato essa è stata l'occasione per analizzare profondamente l'effettiva produttività ed attualità tematica delle U.O. che erano state attivate nel primo triennio, fatto questo che ha consentito di ridurre notevolmente il numero del finanziamento totale e delle Unità Operative (da 105 del primo triennio, nel SP3, si è passati a 59 diverse U.O.), da un altro punto di vista essa è risultata parzialmente destabilizzante, in quanto gli accorpamenti delle U.O. sono stati spesso il frutto di scelte Top-Down e l'individuazione del ruolo delle U.O. - Guida non è stato sempre interpretato correttamente dalle stesse. Infine, non è stato possibile dare luogo ad una nuova Call for proposal presso la Comunità scientifica, né i limiti di responsabilizzazione previsti in questi PF di `terza generazione' consentivano di assumere autonomamente iniziative di affidamento mirato a centri di eccellenza per lo sviluppo di specifiche ricerche: tutto ciò, di fatto, ha portato più ad una selezione degli argomenti `da concludere' quale prosecuzione delle attività positivamente svolte nel primo triennio, che non all'immissione di molte nuove tematiche di ricerca.
Al Sottoprogetto 3 venivano dunque affidati un certo numero (8) di raggruppamenti tematici maggiormente complementari, secondo un orientamento tematico indirizzato verso la qualità di processo, di progetto e di tecnologia.
I raggruppamenti del Sottoprogetto 3 erano: