P R I M O P I A N O |
| intervista con Ortensio Zecchino Ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica a cura di Cipriano Cavaliere |
| Zecchino: il nuovo
CNR, motore della ricerca italiana |
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La scarsa disponibilità finanziaria non permette al nostro Paese di aumentare le spese per la ricerca. Come intende uscire da questa situazione di continua emergenza?
Al Governo non sfugge la necessità di aumentare anche significativamente le risorse da mettere a disposizione del sistema di ricerca sia pubblico che privato. Con la scarsa disponibilità finanziaria con la quale dobbiamo fare i conti, (alla ricerca in Italia riusciamo a destinare poco più dell'uno per cento del PIL, siamo ampiamente al di sotto della media europea, troppo lontani da quel due per cento del PIL di Francia, Germania e Gran Bretagna) abbiamo intrapreso l'unica strada percorribile: razionalizzare gli interventi, ottimizzare la spesa, evitare duplicazioni ed inutili sovrapposizioni.
Per raggiungere questi obiettivi due nuovi organi scientifici il
CEPR e il CIVR affiancheranno il Ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e
Tecnologica che resta l'indispensabile motore politico di programmazione. Il CEPR
(Comitato Esperti Politica della Ricerca) fornirà ai livelli più qualificati consulenza
scientifica, il CIVR (Comitato Indirizzo Valutazione della Ricerca) sarà invece chiamato
ad esprimere valutazioni sui risultati delle ricerche; si tratta di una novità
rivoluzionaria per la quale mi sono battuto e continuerò a battermi in ogni sede. E' la
prima volta, infatti, che viene creato in Italia un organismo che determina oggettivi
criteri di valutazione dei risultati delle ricerche. Sono due volte convinto della
indispensabilità e dell'opportunità di questo passaggio: serve a non vanificare gli
investimenti e ad incoraggiare e valorizzare il ruolo dei ricercatori "bravi",
introducendo processi di selezione e valutazione dell'attività di ricerca, che rispondono
ad uno standard comunemente usato a livello internazionale.
Quale sarà il futuro dei ricercatori nell'ambito della riforma del sistema ricerca e quale il ruolo del CNR?
I giovani ricercatori in futuro dovranno essere assunti con contratti a tempo determinato per un periodo di tre o quattro anni rinnovabili. Al termine del contratto il loro lavoro dovrà essere valutato ai fini del possibile ingresso stabile nel CNR o in altro organismo universitario o del mondo industriale. Un contratto a tempo determinato serve a non costringere i nostri giovani ricercatori ad un futuro predeterminato, ma a lasciare loro libera valutazione per la gestione del proprio futuro e consente al CNR di poter scegliere e prendere chi è più idoneo all'obiettivo prefissato. È quello che sta già facendo il CNR che è, per antonomasia, il motore della nostra ricerca e lo sarà ancora di più dopo la riforma dell'Ente.
Il nuovo CNR con l'abolizione, tra l'altro, dei Comitati di Consulenza, del Consiglio di Presidenza e della Giunta Amministrativa è più snello, agile, sburocratizzato. Al loro posto sono stati istituiti un Comitato di Consulenza Scientifica e un Comitato di Valutazione. Allo snellimento degli organi direttivi seguirà la semplificazione dei controlli. Crediamo che il nuovo CNR in questo modo possa aumentare il suo ruolo di motore propulsore della ricerca italiana e, nello stesso tempo, partecipare meglio ed in maniera più competitiva ai programmi comunitari.
L'attività del CNR si svolgerà nel segno dell'autonomia, nell'ambito di un piano triennale di attività elaborato in conformità con il piano nazionale di ricerca e con i programmi dell'Unione Europea. I controlli del MURST si limiteranno all'approvazione del piano ed alla comunicazione dei bilanci annuali o pluriennali. La verifica della Corte dei Conti avverrà solo sui conti consuntivi, come avviene per le Università.
Il CNR, sempre nel segno dell'autonomia, potrà stipulare accordi
e convenzioni, partecipare o costituire consorzi, fondazioni o società per attività di
ricerca e anche per lo sfruttamento economico dei risultati. Le strutture centrali
dovranno essere snellite, il decentramento sarà il principio base per il riordino degli
istituti che costituiscono la rete del CNR: le sedi dovranno essere accorpate, soppresse e
ridisegnate per creare realtà di ricerca di livello internazionale e di dimensioni
adeguate, con autonomia scientifica, amministrativa e contabile e con capacità di
autofinanziamento.
Ha trovato ostacoli nel varare il progetto di riforme?
Ho trovato più consensi che dissensi nella comunità scientifica su un progetto che vede un CNR più agile nell'affrontare una nuova frontiera della ricerca, con un ruolo da protagonista nello sviluppo del Paese. Abbiamo fornito al CNR strumenti organizzativi e di gestione per un rilancio dell'Ente in grande stile.
Abbiamo previsto una gestione delle risorse umane svincolata
dalla rigidità delle piante organiche predefinite e difficili da modificare. Il CNR vive
da quindici anni in una condizione di stasi, che non ha favorito la programmazione.
Attualmente sono in servizio seimilaquattrocento unità, delle quali solo
duemilacinquecento sono ricercatori, una minoranza. L'organico pieno dovrebbe essere di
ottomila unità, ma gli enti di ricerca sono soggetti per la legge 29 ad una norma
restrittiva che prevede una tendenziale riduzione di personale. Così si rischia di
condannare l'Ente all'immobilismo. Con un'intesa di programma tra il MURST e il CNR per
l'assunzione di novecento ricercatori nel Mezzogiorno ed un investimento di ottocento
miliardi abbiamo posto le basi per la costruzione di nuovi laboratori, per la stipula di
nuove convenzioni, riducendo il gap tra ricerca scientifica del Nord e Centro
Italia e quella del Sud, tenendo però presente che la ricerca è sempre più legata alla
mobilità e all'elasticità dei rapporti di lavoro. I nostri ricercatori non possono
pensare di competere a livello internazionale con una mentalità da impiegato dello Stato.
Occorre ricordare, infine, che la crescita economica di una nazione si accompagna sempre
alla mobilità del lavoro.
C'è sempre più sete di informazioni scientifiche ed una maggiore consapevolezza che la ricerca sia un investimento produttivo che riveste un ruolo essenziale nell'economia di un Paese. È una semplice impressione?
La ricerca deve rispondere sempre più alle domande della gente comune, che chiede di migliorare il proprio livello di qualità della vita. Ed è proprio questa consapevolezza delle persone comuni che fa prevedere sempre più una forte richiesta di informazioni scientifiche, di divulgazione corretta per far conoscere i risultati delle ricerche nei più svariati campi. È proprio per non essere colti di sorpresa, perché la comunicazione scientifica è un mercato in crescita in tutto il mondo, che occorre più gente preparata a tale scopo e, presumibilmente, nuove figure professionali. Solo di recente l'importanza crescente del ruolo di divulgatore scientifico ha cominciato ad essere compresa nel suo moderno significato di tramite indispensabile tra cultura scientifica e cultura di massa. Si deve creare un nuovo rapporto tra scienziati e società, occorre una vera e propria rivoluzione culturale nel nostro Paese per far capire che le risorse destinate alla ricerca costituiscono un investimento produttivo, anzi l'investimento produttivo per eccellenza, in quanto forniscono le risorse umane qualificate e la capacità di innnovazione, necessaria per affermarci in un mercato mondiale sempre più difficile. La ricerca non è un lusso, ma il più grande investimento di un Paese moderno, soprattutto in un mercato globale che ci obbliga a tener conto dei risultati e dei problemi degli altri ed a trattarli come se fossero i nostri. La capacità di ricerca e sviluppo è infatti uno degli indicatori principali per la valutazione globale di un Paese.
Bisogna mettersi bene in testa che senza ricerca non c'è futuro.
La vostra rivista sintetizza assai bene questo concetto, laddove nella testata associa in
modo indissolubile queste due parole chiave: Ricerca&Futuro. ![]()