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a cura di Cipriano Cavaliere


Berlinguer: la ricerca
è un investimento
strategico per il governo

L'On. Luigi Berlinguer, 64 anni, di Sassari, Ministro della Ricerca e dell'Università e Ministro della Pubblica Istruzione (è la prima volta che in Italia vengono accorpati i due Ministeri, un segnale per unificare il processo formativo come già avviene in Francia e Germania) è stato già Ministro della Ricerca nel governo Ciampi e si è dimesso il giorno dopo la nomina. È stato Rettore dell'Università di Siena e segretario della Conferenza dei Rettori. Nella precedente legislatura è stato presidente del gruppo Progressisti-Federativo e membro della Commissione Affari Costituzionali.

In Italia molti non capiscono che le risorse destinate all'istruzione e alla ricerca costituiscono un investimento produttivo in quanto forniscono le risorse umane qualificate e le capacità di innovazione necessarie per affermarsi in un mercato mondiale sempre più difficile; senza considerare che solo con l'apporto della ricerca e della tecnologia si può attuare una seria politica dell'occupazione.

Perché nel nostro Paese manca questa cultura della ricerca e dell'istruzione come investimento? Come è possibile cambiare questo tipo di mentalità?

Il nostro Paese ha goduto, negli ultimi anni, di una circostanza particolare: è stato in grado di recepire i benefici economici di una crescita, senza ricorso ad investimenti strategici in ricerca e sviluppo. I segnali più recenti sono però preoccupanti: diminuisce lo sforzo, già insufficiente, per la ricerca, sia delle imprese che dell'Amministrazione Pubblica, mentre vengono meno le condizioni favorevoli (ragioni di scambio, tendenze dell'economia internazionale, esaurimento delle innovazioni di processo) che hanno sorretto la fase precedente.

Un investimento di tipo strategico non è perciò rinviabile. Si tratta di saper coniugare un rafforzamento della presenza nei settori attualmente coperti con una estensione verso aree tematiche innovative.

In questo quadro, come già sta facendo il Giappone, mentre si valorizza quanto già c'è (con azioni di trasferimento e con la finalizzazione degli sforzi) non bisogna dimenticare di rafforzare gli impegni per una diffusa e scientificamente competitiva ricerca di base.

Quando si parla di scarsa cultura della ricerca non si deve dimenticare che la situazione può essere rovesciata solo attraverso una rottura della separazione tra il mondo degli addetti ai lavori e la società. Quest'ultima, infatti, troppo spesso ha identificato il nuovo con, da una parte, la disponibilità di "oggetti tecnologici" per la vita civile non completamente dominabili e, dall'altro, con l'introduzione di macchinari, per la produzione, creatori di disoccupazione.

La comunità scientifica, in tutti i suoi componenti ha dunque un grande compito: rendere credibile il proprio impegno per la crescita scientifica e tecnologica, senza perciò sottrarsi ad una forma di controllo sociale sul proprio operato. Attraverso questo meccanismo si renderà meno separato questo mondo e si accresceranno i contatti e le aspettative, le uniche forme che giustificano un approccio non ideologizzato e fideistico al sapere.

Quale rapporto ritiene ci debba essere fra Ministero, Università ed Enti pubblici di ricerca nel rispetto di autonomia delle istituzioni scientifiche?

Il rapporto è definito dalla legge 168/89 ed è tuttora valido a qualche anno di distanza dall'istituzione del Ministero. Al Ministero spettano i compiti di indirizzo sull'intero mondo scientifico e di sostegno e programmazione sui due ambiti direttamente vigilati, le università e gli enti non strumentali. Entrambi questi ambiti godono di una consistente autonomia, per la verità non sfruttata fino in fondo, attraverso la quale poter definire un proprio mandato e dare attuazione ad una propria programmazione ed attività operativa.

Quando parliamo di enti poi, non va sottaciuta la particolarità del CNR, per composizione, dimensione e compiti. Attraverso questo Ente è stata coordinata, fino alla creazione del MURST, la politica scientifica del Paese; inoltre, la stessa legge 168 ha confermato tale peculiarità con il riconoscimento di uno status particolare.

Si deve perciò procedere rapidamente e consapevolmente nella direzione di una modernizzazione e di una nuova focalizzazione del ruolo, senza ovviamente penalizzare quanto già oggi funziona egregiamente e senza stravolgimenti o sovrapposizioni con altre istituzioni.

Quali meccanismi intende mettere in essere per rendere più semplice il trasferimento della ricerca al sistema delle imprese?

Il trasferimento tecnologico nelle società moderne non costituisce più una fase successiva e separata a quella di produzione delle conoscenze.

La visione sequenziale ha lasciato il posto ad iniziative integrate: non solo, il trasferimento di successo si basa su processi di assistenza e di apprendimento dei fruitori e su una chiarezza di definizione degli obiettivi da costruire in corso d'opera. Tutto questo mi porta a sostenere la necessità di una visione globale in favore del trasferimento, articolata però per iniziative distinte e flessibili. Ciò che è utile in un settore o in una realtà territoriale può essere sbagliato in altri contesti. Per quanto riguarda la strumentazione in senso stretto, vanno separati i meccanismi automatici e generalizzati di sostegno agli investimenti tecnologici e allo sforzo in ricerca e sviluppo (oggi di fatto assenti), da alcuni e più consistenti interventi mirati per obiettivo (oggi spesso confusi in modalità disarticolate e disomogenee). In questo quadro l'intera normativa del sostegno e del trasferimento, ereditata dalla precedente legislatura, va rafforzata, con una piena attuazione degli strumenti disponibili (ad esempio l'art. 3 della legge 46), con il coinvolgimento dei soggetti misti (consorzi, parchi scientifici) ma anche con un processo di adeguamento degli strumenti, in accordo con un quadro europeo in trasformazione.

Cosa intende fare per ridurre il gap esistente tra l'Italia e gli altri Paesi europei per gli investimenti in ricerca scientifica e tecnologica?

Il gap è molto noto; meno conosciute sono però alcune "giustificazioni". Il nostro Paese è presente in settori tradizionali che richiedono meno tecnologia e, a differenza dei Paesi del centro-nord Europa non attua consistenti politiche pubbliche settoriali, limitandosi alla sopravvivenza, per la verità in gran parte stentata, delle proprie istituzioni. Inoltre è particolarmente carente l'impegno industriale anche in ragione di una presenza significativa di piccole e medie imprese.

Ho già avuto modo di affermare, in occasione della presentazione europea del "libro verde" sull'innovazione a fine maggio, che la giusta lamentela sull'insufficienza delle risorse destinate alla ricerca deve trovare accoglimento non solo attraverso l'impegno diretto del ministro nell'ambito delle proprie competenze, ma anche per mezzo di un impegno congiunto dell'intero governo. Del resto le competenze e le iniziative sulla ricerca permeano la gran parte dei ministeri, mentre la responsabilità delle scelte di indirizzo e di modernizzazione del Paese si trovano collegialmente nelle mani del Consiglio dei Ministri e del suo presidente. Il Presidente Prodi ha più volte affrontato il tema e la centralità dell'asse f